Anna Vertua Gentile.
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Come dettava il cuore.
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1872. Battezzati Editore. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Opera giovanile della scrittrice, firmata con il suo cognome soltanto, scritta prima del matrimonio con il professor Gentile, questo volume del 1872 raccoglie tre racconti pi lunghi e diversi bozzetti, questi ultimi contenenti brevi immagini che assolvono allintento educativo di stimolare il cuore delle giovinette verso i buoni sentimenti.
Lautrice aveva solo ventidue anni quando scrisse questa raccolta, ma i temi della sua produzione successiva sono gi delineati, particolarmente nelle novelle pi lunghe. Le protagoniste sono giovani capaci di sacrificare i sentimenti, i sogni di felicit e perfino il proprio amore per fare la felicit dei propri cari. 
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L'AUTRICE.
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Anna Vertua Gentile (Dongo, 30 maggio 1845, Lodi, 23 novembre 1926)  stata una scrittrice italiana.
Figlia di Rocco e di Esther Polti, alla morte del padre avvenuta nel 1862 trov impiego presso l'Istituto delle Dame inglesi di Vicenza. Incominci a scrivere nel 1868: il suo primo lavoro conosciuto  firmato come Annetta Vertua. Spos Iginio Gentile, allora docente di Storia antica nell'Universit di Pavia; dalla loro unione nel 1874 nacque un figlio, Marco Tullio. Tra il 1874 e il 1893 scrisse una serie di racconti e opere teatrali brevi per bambini, che venivano recitate nei salotti di casa o interpretate con burattini.
Divenuta scrittrice di professione dopo la morte del marito (nel 1893, seguita, nel 1912, da quella del figlio) ebbe una produzione feconda: fino al 1901 pubblic oltre 150 titoli tra romanzi, soprattutto d'amore, novelle, scritti educativi e manuali di condotta.
I suoi scritti, pur intrisi di sentimentalismo e precetti morali, non furono privi di richiami all'indipendenza femminile.
Mor presso l'Istituto Santa Savina a Lodi, dove si ritir nel 1923. Sulla facciata esterna dell'edificio  stata affissa una targa che la ricorda.
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DEDICA.
AL CAVALIERE GIOVANNI BATTISTA VERTUA.
Consigliere allAppello di Brescia.
Mio ottimo zio.
Vorrai tu aggredire la dedica di questi scrittarelli dettati da un cuore tutto affetto per te?
Como li 30 Aprile 1872
ANNETTA VERTUA.
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TECLA LA NEGRA.
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Laveva comperata in un suo lungo viaggio e portata seco in Italia il ricco negoziante B... quandella toccava appena il primo lustro, per recarla in dono a sua moglie come un oggetto di lusso per la casa, che, ricca di pi milioni, godeva non poca rinomanza nei dintorni. Ma sua moglie, una natura tutta sensibilit e tenerezza, si commosse alla vista della povera bimba, che, quasi impaurita, la guardava di sottocchi nascondendo il capo fra le spalle; laccarezz, laffid alla sua cameriera, le permise la compagnia dellunico suo figlio, lidolo della casa, Carlo, fanciullo di otto anni. La piccola negra guardava con curiosit le bianche carni del fanciullo, i suoi capelli dun biondo dorato, i suoi occhi color del cielo, e se avveniva che nelle specchiere dei sontuosi salotti vedesse riflessa la di lei povera immagine, si copriva il volto colle mani e fuggiva a nascondersi piangendo. Ci volle molto prima che intendesse il linguaggio del paese, e riescisse a balbettarlo lei stessa; in quel frattempo strinse grande amicizia con Medor, un grosso cane barbone tutto nero e dal pelo ricciuto come i di lei capelli; si vedevano sempre insieme o accovacciati sotto il tavolo di cucina, o sul pratello del giardino rotolarsi insieme sullerba, oppure distesi in corte dormicchiare luno presso laltro al sole; ella stessa rispondeva ubbidientemente con una corsa a chi chiamava Medor; aveva perfino imparato a spiccare un salto per afferrare il pezzetto di carne o daltro con che i servitori si divertivano a farle cilecca. Chiss che nel suo piccolo cervello la povera creatura non si fosse creduta un cane come Medor!... Per quanto Carlo tentasse dindurla a dividere i suoi giuochi, non ci riusciva; ch la piccola negra gli andava presso tutta peritante, non osava guardarlo che alla sfuggita, e invece di trastullarsi con lui, le si accovacciava ai piedi, n cera verso che volesse toccare un balocco e molto meno la mano che il fanciullo lo offriva, per invitarla, per animarla ad amicizia, a fratellanza. Colla signora, colla cameriera, insomma con tutte le creature umane con cui viveva, se ne stava sempre in atto di colpevole; gli occhi ostinatamente fissi a terra, le braccia penzoloni, immobile come statua. La padrona soffriva alla compassionevole ignoranza di quella meschina, che senza sapersene render ragione si sentiva sola in mezzo a suoi simili, e raddoppi le cure per riescire a farsele intendere. E ci riusc; vide allora che la poveretta a misura che avanzava nel capire e nel farsi capire, esciva dallignoranza e mostrava cuore sensibile e accorgimento non comune. La sua ritrosia nel farsi amica di Carlo fu vinta poco a poco dai dolci modi e dai fraterni accenti dello stesso, e ben presto mostr per lui e per sua madre un affetto pieno di venerazione e di riconoscenza. La pietosa signora non risparmi nulla per impartire a quella povera mente tutte le cognizioni che sogliono formare listruzione di bennata fanciulla. Tecla mano a mano che progrediva nello sviluppo dellintelligenza, studiava con avidit, e mostrava gran sete di conoscere il perch di tutto che arrestavale interessava la fantasia; e non appena diede prova di attitudine per la musica, ebbe un maestro pel pianoforte. Cos fra laffetto di quella famiglia e listruzione Tecla cresceva con Carlo, che, naturalmente buono e pietoso, mostravasi dolce, compiacente, spesso anche carezzevole con essa, specialmente quando seduta a lui vicino gli andava esponendo le sue povere e confuse memorie; un paese ove la gente era nera al par di Lei, e ove una donna la portava in collo, le dava da mangiare, la baciava spesso; poi un viaggio, un lungo viaggio con altri fanciulli, e un uomo che li guidava e batteva quando piangevano per stanchezza o per fame; e finalmente un altro viaggio con un signore, il padrone, come soleva chiamare il padre di Carlo. Ed il fanciullo stava l ad ascoltarla con tanto di occhi, ed era bello veder quelle due teste cos differenti si sarebbero dette il giorno e la notte. In tale soave fratellanza Tecla raggiunse il terzo lustro; alta e svelta della persona, col fuoco del suo paese nella pupilla e i denti di avorio, sarebbe stata salutata regina di bellezza nella sua terra.
Carlo aveva tre anni pi di lei, ma appena appena la pareggiava in altezza, e al bel volto imberbe e a un non so che di abbandonato che trasparivagli dalla persona si sarebbe detto vaga e melanconica donzella in abito virile. Soleva, in sul tramonto, cavalcare, in compagnia del precettore il bianco corsiere inglese portatogli in dono da suo padre al ritorno di un viaggio; ma troppo arrischiato nellaffrontare i pericoli facili ad incontrarsi in quei dintorni, nei burroni, nei monti scoscesi e a picco, negli impetuosi torrenti e nei frequenti piccoli laghi, lasciava sempre la madre in gran pena durante la sua assenza, e non la madre sola. Tecla, la povera africana, che senza sapersene render ragione, da alcun tempo cominciava a sentire farsele penoso in cuore laffetto per Carlo, tremava al partire di quel suo diletto, e non appena aveva questi varcato il cancello del giardino, saliva sulla torre e di l lo seguiva spingendo lo sguardo finch di cavalli e cavalieri altro non scerneva che una lontana nube di polvere. Allora scendeva gi dalla madre, ed era un raccontarle aneddoti curiosi, un sedersele ai piedi e accarezzarla, e cicalare a tutta possa per distrarne il pensiero dalle tristi immagini che le vagavano nella mente durante lassenza dellamato figliuolo. Che se questi ritardava il ritorno pi dellusato, e Tecla leggeva in volto alla Signora il timore che tutto agitava il di lei cuore stesso, trovava pretesto di uscire dal palazzo, e non appena lontana dagli occhi dei famigliari, si dava a correre per dove supponeva dovesse ritornare, n si arrestava che di quando in quando per buttarsi boccone per terra e spiare collorecchio il lontano calpestio dei cavalli. E se le veniva fatto di sentirlo volava a casa a consolare la madre colla felice novella.
Una sera per Tecla corse invano per alcune miglia: lora era tarda pi che non lo fosse stato mai; aveva lasciato la signora in preda a grande angustia, e il cuore batteva in seno a lei stessa agitato e pieno di funesti presentimenti; vinta dalla stanchezza si butt a giacere sopra un dirupo che sporgeva da un monte e si specchiava nellonda cristallina di piccolo lago. Il capo abbandonato sulledera che avvolgeva buona parte del masso, e gli occhi rivolti al cielo quasi in atto dimpaziente preghiera, animava fantasticamente la gi fantastica scena che offriva quel luogo rischiarato qua e l dal pallido raggio della luna, e rotto solo nel suo silenzio dal di lei affannoso respirare. Se ne stava quivi da unora immobile e quasi stanca dal lungo attendere invano, quando il lontano noto calpestio la scosse; un raggio di gioia impossibile a ridirsi pass sul suo volto; spicc un salto, balz sul sentiero che angusto si apriva fra il monte e il lago e stette ad ascoltare rattenendo il respiro per tema dessersi sbagliata; era ben esso; gi il trottare si faceva distinto, gi udiva il suono di quellamata voce, e gi si era nascosta dietro il masso per non essere veduta, quando un grido le gela il sangue nelle vene; si precipita dal nascondiglio ed  appena in tempo; il cavallo di Carlo, impaurito dal repentino affacciarsi dellacqua, ritto sulle due gambe di dietro,  in procinto di balzare nel lago rendendo vani gli sforzi tentati dal cavaliere per arrestarlo; Tecla lafferra con forza straordinaria pel freno, gli agguanta la criniera e lo strascina, suo malgrado, fuori di pericolo guidandolo a s precipitosa corsa, che dopo pochi secondi le  forza abbandonarlo a s stesso, e cade al suolo priva di forza e di spiriti. Carlo liberatosi appena dalla fuga del corsiero, ritorna dalla sua liberatrice presso cui gi stavasi il precettore, e con esso la trasporta a casa sempre priva di vita. Quivi ben presto fu richiamata a s dalle mille cure di tutta la famiglia commossa e riconoscente, e come aperse gli occhi e si vide fra le braccia di Carlo che la sosteneva, trem tutta e mormor con accento di gioia: Grazie, o grazie! Il giovine non comprese quello strano ringraziamento; egli non poteva figurarsi che la povera negra gli era grata per avergli salvata la vita. Fu obbligata al letto per quindici giorni durante i quali Carlo passava di lunghe ore presso lei; le andava leggendo piacevoli racconti, le parlava de suoi studii, delle sue speranze; ed ella nel vederselo presso, nelludire la sua voce dimenticava tutto, dimenticava s stessa. Ma intanto la passione andava suscitando in quel povero cuore un incendio a spegnere il quale, non sarebbero valse e leducazione che aveva domata, non vinta, quella natura di fuoco, e la coscienza del suo essere in quel paese, fra quella gente.
Finalmente esc dal letto guarita di corpo, di animo ammalata pi che mai; la sola voce di Carlo, il di lui passo la facevano trasalire; ma il volto non tradiva le emozioni del suo cuore; su quel povero volto non appariva pallore, n rossore... Nessuno dunque poteva penetrare il suo segreto. Ma chi lavesse sorpresa in certi momenti dabbattimento, nascosta fra gli alberi del giardino, o ritirata nella sua camera, con una mano abbrancarsi il petto quasi a punirne il battito e cogli occhi rivolti al cielo in atto di minaccioso rimprovero, avrebbe forse compreso il fiero contrasto di quella povera creatura, avrebbe forse compreso che in quel momento essa chiedeva al cielo per quale ragione le era stato comesso un cuore poich le si rifiutava amore. Soprafatta dallangoscia, quante volte non esclam nel delirio della sua febbre: Oh! perch mi hanno strappata dal mio paese, perch mi hanno rapita ai miei fratelli?... Che sarebbero stati per me glinumani lavori, la tortura e la morte a petto dello strazio che qui mi divora?... Infelice!... e per calmare linterna agitazione si poneva sovente al pianoforte; ma allora il suono era gemito, era pianto, era spesso ironica allegrezza pi straziante ancora delle lagrime. Eppure non era quello che il principio di mali maggiori.
Carlo da alcun tempo appariva preoccupato e taciturno; passava le intere ore solo nello scrittoio, e vagava parte del giorno, col fucile ad armacollo, per la campagna che divideva la sua villa da un antico castello posto in altura e appartenente a certo conte tedesco da alcuni mesi venuto ad abitarlo con ununica figlia. Tecla, che spiava i passi del giovane con animo inquieto e sospettoso, lo vedeva aggirarsi pensoso pei campi, guardare fissamente le finestre del castello, starsene sdraiato sullerba con un libro aperto dinanzi, ma locchio sempre l. La passione le fece sorgere in cuore un crudele pensiero, al primo affacciarsi del quale strinse i pugni fino a lacerarsi le carni colle unghie, digrign i denti e si sent feroce come le belve delle sue foreste native; ma superato quel primo momento, si ricompose, le braccia le caddero pi stanche e inanimate, si butt sulla nuda terra e pianse e singhiozz per lunga pezza. Carlo, lamico suo, colui che era il pensiero de suoi giorni, la visione delle sue notti, la vita ed il tormento del suo cuore, Carlo non poteva avere per lei che un sentimento di piet; bello e gentile, avrebbe amato una donna al par di lui bella e gentile ed ella?... ella non era una creatura come le altre; chi la vedeva la prima volta arrestavasi ad osservarla come si osserva con occhio curioso una rarit o si guata un oggetto che incute ribrezzo, timore; ellera una povera infelice strappata allo Knut, ai mercati del suo paese per essere sottoposta in un altro alla negazione dogni sentimento.
Da quel d saggir lei pure, non vista, per quella campagna; spi lei pure con trepidanza le finestre del castello, finch un mattino che lalba era sorta di poco ed ella stavasene seduta sulla sponda del torrente, la testa fra le mani, meditabonda e triste, ud scricchiolare le foglie cadute e secche come sotto il passo leggiero di qualcuno: guard e vide, a breve distanza da s, una giovanetta avvolta in abito bianco colle bionde chiome sparse sugli omeri, muovere alla di lei volta per un viottolino fra i campi, e abbassarsi di quando in quando per cogliere i fiori, ancora irorati di rugiada, che andava aggiungendo a quelli che gi teneva raccolti in mazzo nella mano manca. Era una di quelle figure pallide, bionde, e dai grandocchi turchini che arrestano lo sguardo di chi le vede la prima volta e le fanno assomigliare agli abitatori del cielo. Tecla a tutta prima rimase soggiogata da quellapparizione; poi quasi macchinalmente diede uno sguardo al suo volto specchiato nellacqua, e alle sue mani; contempl di nuovo la bella fanciulla, stette un momento come ripiegata in s stessa, e finalmente si alz con aria risoluta e via di corsa con passo leggero protetta dai folti e fronzuti alberi del bosco fino al cancello del giardino, ove incontratasi in Carlo, che stava per uscire, Vieni, vieni meco, ebbe appena fiato di dirgli, e afferratolo per una mano lobblig a correre senza rispondere alle impazienti domande chei le andava volgendo per s strano procedere. Giunsero nellinterno del bosco quando Tecla sost, e additando a Carlo la vaga fanciulla assisa sovra un tronco dalbero col grembo sparso di fiori: Eccola, gli disse ponendosi un dito sulle labbra per invitarlo al silenzio. Un oh!... soffocato fu lesclamazione del giovane, che fatti alcuni passi indietro, impallid, e parve gli venissero meno le forze. E quellesclamazione e quel pallore passarono il cuore della povera negra come una lama di ghiaccio; era il dubbio che si mutava in certezza. Ma aveva ella dunque sperato?... no, non os mai la meschina sognare lamore di Carlo; ma fino allora egli non aveva amato nessuna donna! Intanto la vaga fanciulla, astratta dal fruscio delle foglie calpestate dai due giovani, alz gli occhi, e scorta la negra, balz da sedere, gett un grido di paura e corse precipitosa verso il castello, spargendo al suolo i fiori che gi teneva raccolti in grembo. Carlo, rapito cos bruscamente alla sua estasi, fece un atto di dispetto, e lanci uno sguardo di rimprovero alla povera Tecla, innocente cagione di quella fuga; segu poi dello sguardo la bella fuggitiva, finch gli fu dato di scorgerne la candida veste e la svolazzante chioma fra gli alberi e le macchie; e voltosi quindi alla sua compagna, in aria di cattivo umore. E perch hai tu voluto mostrarmi quella signorina? le chiese. Tecla non sattendeva a questa domanda; nello slancio della sua appassionata generosit, non aveva riflesso che quel passo voleva dire: io conosco il tuo segreto, e che ci poteva spiacere a Carlo. Rest dunque imbarazzata, confusa, cogli occhi bassi, quasi colpevole colta in fallo, e non seppe balbettare a sua scusa che queste parole: Era cos bella! Parole che arrestarono il pensiero di Carlo, forse gi avviato al sospetto, gli rasserenarono la fronte e lo fecero esclamare collaccento appassionato di chi pu sfogare in qualche modo il proprio cuore traboccante damore; Oh s, ella  molto bella! Non hai notato che occhi, che espressione in quel pallido volto!... vedi?... leggendo le descrizioni di quelle bellissime creature dipinte con sovrumana invenzione da Byron, ho creduto per fermo che simili bellezze non esistessero che nella mente del grande poeta; ma ora, ora trovo che neppure la penna di lord Byron saprebbe ritrarre al vero la bellezza di Paolina... di quella fanciulla. E in cos dire il volto del giovane si animava tutto, mentre andava stringendo nelle sue una mano della negra, quasi in riconoscenza dello sfogo concesso al di lui cuore. E la povera creatura che lottava intanto fra la passione e la generosit, lascoltava con calma apparente, e comebbe finito, non pot tenersi dal chiedergli: Dunque tu lami?... Oh s, risposele il giovane, io ladoro, e mi pare di averla sempre amata. Ma ella  qui solo da poche settimane.  vero; stette finora in convento in Germania; ma che importa? Io lamava prima ancora di vederla; perch prima di vederla la vagheggiai ne miei sogni; la cantai nelle mie prime ispirazioni di poeta, e se fossi stato pittore, lavrei dipinta per rappresentare bellezza, virt: Ma sa ella del tuo amore? continuava Tecla. No, e sapendolo, chi massicura se lavrebbe caro o no? Che mi assicura che suo padre, il quale mi dicono tenerissimo della sua nascita, de suoi blasoni, acconsentirebbe a concedere la mano di sua figlia al fglio dun mercante? Queste parole portarono gradatamente la sorpresa, la gioia e il dolore nel cuore di Tecla; Carlo, il suo Carlo, poteva temere che gli si rifiutasse amore, che si ponesse un ostacolo alle sue brame?.. E se ci fosse vero, ella non avrebbe rivale, Paolina non diverrebbe sua... ma vederlo straziato dalle pene di un amore infelice!... oh no, no; il cielo secondi i suoi voti, e possa Paolina essere sua. Cos, mentre tali pensieri le passavano per la mente, procedeva verso casa a capo basso con Carlo, ridivenuto taciturno e triste, a quelle ultime riflessioni.
Da quel punte Tecla parve preoccupata da un idea fissa, che cominci ad alterarle sensibilmente la salute. Attratta quasi da forza magnetica verso colei che era la cura del suo Carlo, passava la maggior parte del giorno fuori di casa, o vagando pel bosco, donde scorgevasi di fronte il castello, o seduta per terra colle mani incrociate sul grembo, il capo abbandonato su una spalla, e locchio fiso al suolo senza sguardo, in tale immobilit da essere creduta una statua se non lavessero detta viva i frequenti sospiri che sollevandole il petto finivano in lieve gemito. Accasciata sotto il peso di un dolore che non aveva speranza di conforto, linfelice volava colla mente l, ove la gente come lei era dannata a schiavit, a tirannia; ove migliaia de suoi fratelli, curvi sotto la fatica di lavori immani, cadevano spesso vittime dei capricci di crudeli padroni, ove al mercato di creature ragionevoli, si strappava il figlio dal padre, il fratello dalla sorella, lo sposo dalla sposa; ma dove si poteva amare ed essere amati. Le fanciulle del mio paese, esclamava fra s, con mesta invidia, cadranno sfinite dalla fatica; ma uno sguardo damore sar loro grato compenso; le battiture lacereranno ad esse le membra; ma una lagrima damore infonder loro coraggio; i compratori le strapperanno dalla famiglia e dalla patria; ma un giuramento di fedelt, la certezza di un pietoso ricordo, raddolcir loro lamarezza dellesilio; un atto di dispetto, una lieve mancanza, coster ad esse la vita; ma sulla loro tomba cresceranno fiori coltivati dallamore! Ed io, io... libera, benvisa da tutti, circondata da mille agi e delicatezze, io non poter essere amata? Intanto i giorni succedevano ai giorni, le settimane alle settimane, e la bella contessina non si vedeva; invano Tecla spiava le finestre del castello, gli ombreggiati viali del giardino che gli si apriva dinanzi e chiudevasi in elegante ringhiera; nessuno, sempre nessuno. E la sua salute andava peggiorando ogni d pi. Un mattino, si era in autunno, e laria frizzante penetrava fino allossa, se ne stava ella appoggiata ad una pianta, le mani nascoste sotto il grembiale, tutta raggruppata dal freddo, quando si sent chiamare a nome da una voce, che le penetr in fondo al cuore. Era Carlo avvolto in ampio mantello, che fissatala in volto e presale una mano nelle sue: Tecla, le disse, tu stai male; tremi tutta, hai la febbre; perch qui con questo freddo, di s buon mattino?... E la poveretta indebolita dalle veglie e dalla febbre che non la lasciava da alcuni giorni, al contatto di quella mano, al suono di quelle parole improntate daffetto, non seppe imporre al senso di tenerezza che tutta la ricercava, e rispose con uno scoppio di pianto.
Tecla, mia buona Tecla, hai tu qualche dispiacere? la interrogava il giovane meravigliato e commosso.
Oh no, no rispondevagli la fanciulla fra il pianto.
Ma dunque?
Non mi sento troppo bene, ecco tutto e si avviava verso casa appoggiata al braccio che Carlo le aveva offerto.
Fu obbligata al letto il resto del giorno; ma lalba del seguente la trovava gi nel bosco di fronte al castello, assisa su un mucchio di legna affastellata, coi gomiti appoggiati sulle ginocchia, il capo abbandonato fra le mani. Era quivi da poco, allorch lo strepito dellaprirsi duna finestra, la scosse e le fece alzare il capo. Un servo finiva allora di spalancare le persiane dun balcone, su cui apparve tosto Paolina, come la prima volta, vestita di bianco, colle bionde chiome sparse sugli omeri; incroci le braccia sul parapetto del balcone e colla vaga testolina inchinata da un lato, stette come chi con calma serena contempla le bellezze della natura e segretamente le ammira. Tecla si sent dare una stretta al cuore a quella vista; senza volerlo, paragon ancora quella bella fanciulla a s stessa, e, passando una mano sulla sua ricciuta ruvida capigliatura, trasse dal petto un profondo sospiro. Poi si alz e fece alcuni passi, finch fu scrta da Paolina, che con un gesto di timore si ritrasse e fece atto di rientrare. Ma la negra la rattenne esclamando;
Oh signorina! non abbi paura di me; sono brutta  vero, ma non faccio male a nessuno; deh! non abbi paura di me; ed erano in quellaccento tanta preghiera, tanta tristezza che Paolina si accost di nuovo e:
Chi sei? le chiese fra il timoroso ed il commosso. Sono una povera negra che hanno comperata quandera piccina.
Ti hanno comperata? Ti hanno rapita alla tua famiglia, a tua madre? e in cos dire il volto della fanciulla si atteggiava a piet.
Tecla abbass il capo senza rispondere.
E la ricordi ancora tua madre?
No, io allora era bambina; quando il mio padrone mi comper, non aveva che un lustro, e gi da due anni mavevano portata via da mia madre.
Poveretta come me, non hai conosciuta la tua mamma, la mia  morta quandio era ancora in fasce; e una lagrima le brillava intanto nella pupilla azzurra, mentre attratta dalla simiglianza di sventura e da una segreta piet, che le parlava in favore della povera negra, stette ad osservarla un poco in silenzio, quindi riprese:
Come ti chiami?
Tecla, le rispose, sorpresa allaccento dolce della contessina, ed a quel suo sguardo di compassione, che ricercandole lanimo di simpatia, la facevano meravigliare del come non sentisse odio verso la fortunata rivale.
Tecla?.., che bel nome!... nel mio convento cera una fanciulla che chiamavasi cos, una fanciulla buona come un angelo; ma anche tu devi essere buona.
Oh no; io non sono buona! rispondeva la negra con una specie di rimorso nel ricordare il sentimento di rancore con cui le tante volte aveva pensato a lei, cos pietosa, cos amorevole.
Non sei buona?... ci non  possibile poich tutti gli sventurati sono buoni, riprese Paolina, attribuendo quello sventurati a chi non aveva pi madre. E dove stai di casa? rispondeva.
Laggi in quella villa che  propriet dei miei padroni.
I tuoi padroni ti vorranno bene mimmagino.
Oh s, essi mi fanno le veci di parenti, e il loro figlio mi ha in conto di sorella.
Che buoni signori! voglio dire a mio padre di condurmi a visitarli; mio padre  buono, buono, si arrende sempre ai miei desideri; far la conoscenza del tuoi padroni e in tal modo avr miglior agio di parlare con te; io, sono sempre sola e mi annoio tanto.
Qui un servo apparve dietro lei invitandola a discendere da suo padre, onde Paolina detto addio alla sua nuova amica, scomparve, lasciandola sbalordita, quasi al destarsi di un sogno. Pass in rassegna tutto ci che le aveva detto la bella fanciulla, con quella famigliarit e subita confidenza, che son proprie di chi ancora ignaro degli usi della societ, non di rado maestra di crudele alterigia e di diffidenza, agisce a seconda del cuore, santuario di puri affetti, di nobili aspirazioni. Richiam dunque una ad una le parole dl Paolina, arrestandosi sulle ultime con un brivido e uno stringimento di cuore che non seppe padroneggiare. Ella sarebbe andata in casa dei suoi padroni, avrebbe veduto Carlo e lavrebbe amato, poich chi mai vedendolo poteva non amarlo? Ma Carlo sarebbe stato felice; il conte si sarebbe arreso ai desideri della figlia amata... Si scosse presa da nuovo brivido, si guard le mani e le braccia che andavano ogni d pi facendosi pi scarne, si tocc il volto ormai emaciato, ed esclam con un sorriso di amara compiacenza: Oh Iddio  buono! io non li vedr allora. Sorse vacillante e per pi giorni non ebbe forza di escire di casa. Avrebbe voluto rallegrare Carlo col parlarle del suo incontro con Paolina, e della visita promessa; ma sentivasi tanto debole che temeva tradirsi, tanto pi che egli, impensierito del di lei visibile deperire, la andava circondando di mille fraterne cure e cercava distrarla dalla sua mestizia con tutti quei mezzi che gli suggerivano affetto e piet. Una sera mentre eseguiva sul pianoforte una marcia funebre con espressione di pianto, Carlo linterruppe con accento di amoroso rimprovero:
Tecla, perch questi lugubri suoni?
Non son io sullorlo della tomba? gli rispose con calma.
Ma queste sono idee funeste!
No, Carlo, non sono idee; io sento che la vita mi va mancando, e non temo la morte. Ma quando non sar pi, di ti ricorderai tu di me, della povera Tecla?
Carlo non le rispose: ma la guard con un lungo sguardo pieno di rimprovero e di affetto, un lungo sguardo che penetr fino in fondo al cuore della povera fanciulla, suscitandovi un misto damore, di gelosia, di riconoscenza e di amara gioia.
Il giorno dopo volle uscire di casa quantunque a fatica e saggir per lunga pezza pel bosco finch stanca, le fu forza ritornare e quale non fu la sua sorpresa nel vedersele muovere incontro Carlo raggiante di gioia, che le disse della visita del Conte con sua figlia, delle premurose inchieste di questultima a di lei riguardo e dellamicizia strettasi fra il Conte e suo padre. E qui mille espressioni di lode per la bellezza, il candore, la grazia di Paolina; mille esclamazioni di giubilo per avergli essa promesso di ripetere le sue visite e invitata la di lui famiglia a rendersi spesso al castello. Tutto immerso nella sua felicit e certo di trovarne eco nel cuore della negra, egli non capiva dalla contrazione del volto della meschina lo strazio che le andava intanto cagionando. E quello strazio chella seppe celare con sforzo, peggior dassai la sua salute. Da quel d non pot pi uscire di casa; invano furono consultati famosi medici, invano le furono prodigate mille cure solerte ed affettuose; la povera creatura si appressava a lenti passi alla sua ultima ora, e ci che tornava strano ad ognuno, mano mano che perdeva le forze, acquistava tale una serenit di volto, e una dolcezza di modi e di parole che inteneriva. Paolina, ormai divenuta famigliare in quella casa, passava le lunghe ore al fianco dellammalata e divideva con Carlo il pietoso ufficio dinfermiera. Tecla sorprendeva i loro sguardi damore, udiva le loro parole di scambievole affetto ma non sentivasi divorata da gelosia. La certezza di morire le aveva infuso poco a poco una nobile generosit che facevale dimenticare s stessa per chi amava.
Quando la signora le disse che suo marito aveva chiesto al Conte per Carlo la mano di Paolina e che questi gliela aveva accordata, sorrise in atto di soddisfazione ma da quel punto precipit verso la tomba.
Un d sul tramonto si era in gioved e le nozze dovevansi celebrare la domenica prossima dopo alcune ore di sonno linferma volle essere portata presso la finestra; il sole sandava nascondendo dietro i monti, gli uccelli coi loro gorgheggi pareva la salutassero, i contadini ritornavano cantando dai campi; abbracci con avido sguardo il cielo, i monti, la pianura; poi fiss gli occhi in volto a Carlo che le sedeva presso; strinse con forza una mano di lui, quindi come fuori di s glimpresse un bacio in fronte, e si rinvers subito dopo sulla spalliera della seggiola mormorando a guisa di gemito.
Carlo!... addio!...
E quello spirito travagliato volava a posare il suo segreto damore ai piedi di Lui, che invita a gioia chi pianse quaggi.
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PERDONATE!
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La vecchia signora Paola aveva tenuto lunga e animata conferenza, per due buone ore, con una sua amica dinfanzia, donna che aveva fama di pietosa e caritatevole. Rimasta sola nel suo salottino, ben riparato dal freddo, davanti a un brillante fuoco, che scoppiettava allegramente riscaldando la piccola ed elegante stanzetta, coi segni di agitazione, e di collera impressi in volto, dopo daver parlato fra s e s per un buon poco, dimostrando linterna commozione con un frequente scuotere del capo, un incrociare delle mani, e un levare degli occhi alla soffitta, in segno di chiss quante e quali riflessioni, con tutta la forza de suoi settantanni, diede una strappata al campanello, e poi si ricompose e studi unattitudine pi che mai maestosa e severa, unattitudine da giudice. Al suono del campanello rispose subito il modesto comandi della cameriera, che apparve sulla soglia delluscio e so ne stette, come soleva, ad attendere gli ordini della padrona. La cameriera era una giovane sui venticinque anni, di fisonomia attraente e dolcissima, ma con una certaria di mestizia impressa in volto come di chi nasconde in cuore una cura penosa; da due anni viveva in quella casa, e non  a dire con quanta tolleranza avesse sopportato sempre lumore bisbetico della vecchia padrona, e con quale angelica piet lavesse assistita nei frequenti suoi malori. La signora Paola al comparire della cameriera aument la severit del volto, ma tanti erano gli affetti di cui aveva lanimo traboccante, che per alcuni minuti non le fu dato articolare parola; a quello strano silenzio la cameriera, fissatala in volto cap subito che cera qualche cosa in aria, e, intimorita forse da un funesto presentimento, si fece pallida pallida in viso, e os ripetere alla Signora che cosa comandasse.
Che cosa comando?... che cosa voglio?... borbott la padrona dimenandosi sulla seggiola e con accento di stizza. Che cosa voglio?... Voglio dirvi che siete una gatta morta, unipocrita, una sfrontata, che osate portare il disonore nelle oneste famiglie, in una famiglia come la mia!... in una famiglia come la mia! e scuoteva il capo, e batteva palma contro palma, levando gli occhi in alto e con una voce tra lirato e il piagnoloso, che si sarebbe detta una povera creatura tradita, perseguitata. E poich la cameriera, ora rossa dalla vergogna e forse dallo sdegno, se ne stava immota a lei dinnanzi collo sguardo a terra, fatta audace da quellatteggiamento la vecchia ripigliava Che cosa voglio?... cacciarvi via dalla mia casa subito, subito, e non vedervi pi, e ripetervi che siete una sfrontata, una sfrontata capite!... aver condotta una vita da sgualdrina e poi venire a mangiare il pane della gente onesta! Ah, la ci vuol tutta! la ci vuol tutta! e schizzava fuoco dagli occhi, ed era orribile a vedersi quel volto rugoso, atteggiato a tanto risentimento!
Non valsero le lagrime della povera cameriera, non valse la confessione della sua colpa, non la povera e dolorosa storia della sua vita; le raccont con umile sincerit il mal passo a cui era stata spinta da inesperienza e da amore; linesperienza e lamore di una povera fanciulla orba di parenti fino dallinfanzia, che per la prima volta trovava di sfogare la piena de suoi affetti in un cuore che le prometteva amore e fedelt. Le descrisse, con accento straziante, le pene sofferte, il tormento del disinganno e dellabbandono, la miseria di chi deve lavorare per vivere e non lo pu per inferma salute inutilmente; la vecchia megera ascolt ogni cosa a ciglio asciutto; non un segno di commozione, che tradisse un pietoso sentimento, non un moto del labbro, che accennasse a perdono. Ella non vedevasi davanti che una colpevole, una miserabile che aveva avuto il coraggio di porre il piede in sua casa, e di guadagnarsi il pane lavorando invece di morire dopo la colpa o di continuare nella mala via in cui laveva slanciata un passo falso.
La povera donna dovette partire; invano cerc unaltra famiglia che accettasse i suoi servigi; la troppo coscienziosa padrona si era fatto un dovere di ripetere a chiunque le chiedesse informazioni della sua antica cameriera, la dolorosa storia che la sua fedele amica dinfanzia aveva avuto la carit di raccontarle.
Sola, senza lavoro, senza una parola compassionevole, che avr fatto la povera donna ancora giovane e bella, e gi disgustata di una societ che non perdonava neppure ad una colpa scontata colle lagrime e colla miseria, scancellata col pentimento, colle pene del mordente rimorso?...
Una sera Carlo, il malinconico e sfiduciato Carlo, ritorn nella sua modesta abitazione raggiante di gioia e di speranza; lattendeva la giovinetta sua sorella, che, al vederselo comparire davanti con quellinsolita aria di contento, levossi quasi smarrita dal telaio, su cui stava trapuntando finissimo drappo, e appressatasi a lui stette a fissarlo con due occhi pieni di meraviglia e di curiosit, senza pronunciare parola, finch il giovane buttandole le braccia al collo proruppe balbettando come chi vorrebbe dir tutto ad un tempo e non riesce che a dir poco e male.
Maria, sorella mia, sono felice, beato... domani vado allo studio del banchiere N...; sono finite le miserie, anche noi avremo la nostra parte di bene; sono riuscito a farmi nominare... cio sono nominato... mi hanno nominato...
Ma come? Ma chi?... sempre maravigliata e mal riescendo a comprendere le parole del fratello, chiedevagli la fanciulla.
Come! chi ma mi ha chiesto quale computista il banchiere stesso, ed avr niente meno che cento venti lire al mese; cento venti lire, intendi? che  quanto dire saremo ricchi, ricchissimi, e quel che  pi, felici, arcifelici.
Cento venti lire al mese!... ripeteva la fanciulla facendo un passo indietro e giungendo le mani in atto della pi grande meraviglia ma questa  una fortuna inaspettata! ma chi ti procur un tal posto!
Ecco qui; io non poteva pi reggere alla vista di te, che ti logori la salute a quel benedetto telaio, e il meschino e incerto impiego di scrivano sentiva che non poteva pi convenirmi; mi raccomandai, supplicai, ebbi mille speranze succedute da altrettanti disinganni, e finalmente oggi il banchiere N. mi scriveva pregandomi gentilmente di rendermi domani in sua casa ove mi attende il posto di computista. Egli forse non sa, forse anche non ci bada, capisci?... E qui il giovane assumeva unespressione di tristezza al richiamo della dolorosa cura chera il tormento della sua vita; ma tosto lidea della felicit presente rallegrandolo, prendeva a descrivere alla sorella i vantaggi di quella posizione tanto superiore alle sue speranze e che pareva fatta apposta per lui, cos portato per tal genere di occupazione. La fanciulla lascoltava con una specie destasi; e quel subito passaggio dalla povert alla promessa agiatezza parendo a lei, semplice e pia, una grazia del cielo, non finiva dal giungere le mani e dal ringraziare, con monosillabi e collo sguardo, il Signore che s la colmava di gentilezze.
Chiss quanti sogni dorati avranno cullato il riposo di quelle due creature cos insolitamente felici! Ma quella felicit doveva subito essere mutata nella pi grande sventura, da un pregiudizio fatale che pur troppo non  svelto del tutto della nostra incivilita societ.
Il banchiere N. uomo sotto ogni rapporto onestissimo, ma troppo tenero di certe antiche idee che gli erano state radicate nellanimo fin dagli anni pi teneri, dopo aver acconsentito a prendersi in casa Carlo, raccomandatogli da un amico, venne a sapere, non so da quale zelante moralista, che il giovane era figlio di un uomo, che dieci anni prima aveva dovuto sopportare per fraude la prigionia. Tale notizia bast a suscitare un incendio nel cuore del povero banchiere il quale lontano dal persuadersi, che, la pera mangiata dal padre non allega il dente del figliuolo trem di essere stato sul punto di prendersi in casa il figlio di tale che fu gi condannato e moriva in prigione.
Non stette in forse sulla decisione, e con una lettera si scus bellamente con Carlo alludendo pretesti che lo escludevano dallimpiego promesso. Il povero giovane alla ruina della sua felicit, al pensiero del motivo che gli rendeva in tal modo impossibile perfino il lavoro, non ebbe la forza di coraggiosamente rassegnarsi, e disperato si lasci andare alla pi grande vilt di cui sia capace luomo, al suicidio. E la sorella?... chi pu ridire qual fosse la sua vita dopo s tremenda sventura?
Un detenuto nelle carceri del grosso borgo di... giaceva tormentato dalla febbre sul suo giaciglio di paglia. La pietosa moglie del custode appena seppe dal marito il male del poveretto, scese gi con una tazza di brodo rubato alla gi magra minestra della sua famigliuola, e con quel cuore che dimentica la colpa per ricordare solo le sofferenze altrui, entrata nellangusta ed oscura stanza diede a centellare la tiepida bevanda al giovane prigioniero arso dalla sete e tutto acceso in volto. Quindi gli si sedette al fianco e tratta di tasca la calza si diede a far di maglia senza articolare parola. Scorse cos una mezzora, la donna intenta al lavoro, lammalato dormicchiando e di tratto in tratto levando gli occhi sulla pietosa custode quasi in atto di meraviglia per tanta carit. Finalmente il giovane levatosi a sedere sul giaciglio, e appoggiati i gomiti sopra un mucchio di paglia che gli serviva da guanciale, buona donna, disse, non perdete il tempo per me; il brodo mha dissetato, ora sto meglio, non perdete il tempo per me ed erano nella sua voce un tremito ed un velo di pianto. La custode lo guard fisso, gli fece cenno di adagiarsi e senzaltro lo lasci, promettendogli nelluscire che sarebbe ritornata fra un ora. E ritorn infatti con unaltra ciotola di brodo e il lavoro; lammalato stava meglio; la febbre che laveva tormentato tutta la notte era in sul cessare; la donna si arrischi allora di chiedergli: molto tempo che siete qui? Due mesi, e ci debbo restare altri tre rispose il prigioniero con un sospiro.
Altri tre mesi?... ripigli la donna; e il pensiero che si andava incontro allinverno cos rigido per tutti in quel paese, e a mille doppi pi per i poveri detenuti, le chiam sul ciglio una lagrima. Quella lagrima fu notata e compresa dal giacente che a tanta piet si sent aprire il cuore e a un senso ignoto, e senza sapersene dare la ragione proruppe in pianto. Vi furono alcuni minuti di silenzio; non si udiva che il singhiozzare del detenuto e lurtarsi fra di loro dei ferri con cui la donna faceva di maglia con insolita prestezza, forse per nascondere la sua commozione.
Scusate, buona donna, finalmente pot dire il povero giovane io sono uno sciocco, scusate.
Oh sfogatevi pure, poveretto, piangete pure; quando si ha quel nodo qui, e accennava la gola bisogna piangere, altrimenti si sta male e poi guardava con aria di interessamento quel volto di ventanni ancora imberbe da cui traspariva una tal aria di onest che la faceva fantasticare sul come fosse caduto in quel luogo. Ma non ebbe molto a lambiccarsi il cervello, poich il povero giovane riprese quasi subito, forse indovinando i di Lei pensieri.
Non mi credete cattivo, deh non mi credete uno scellerato!... se sapeste... e si poneva unaltra volta a sedere sul giaciglio e prendeva a raccontarle la sua storia e a confessarle schiettamente la colpa che laveva piombato in quel luogo.
Egli era un povero trovatello levato dallospedale da una vecchia signora quando aveva appena tre anni. Ben presto, fanciullo, am la donna che per affetto le era tenera madre, e, saggiamente istruito in tutto che gli doveva preparare sicuro avvenire, crebbe felice fino allet di ventanni. Ma allora attratto dalla modesta bellezza e dalla virt di gentile giovinetta, sorella di un suo compagno di studi, cominci a sentirsi aprire il cuore a quel dolce sentimento che fa bella la vita di tutti ma che doveva amareggiare quella del trovatello. Tristo presagio di sventura pel suo nascente amore, la diletta madre adottiva moriva in quel frattempo lasciandolo unaltra volta orfano, e con una modesta fortuna. Non  a ridirsi il dolore del riconoscente e affezionato giovane! Pochi mesi dopo, animato da amore e speranza, confidava il segreto del suo cuore al fratello della cara fanciulla; ma questi gli rise in volto in aria di s insolente compatimento che il povero giovane, ardente per natura e facile al risentimento, ebbe a richiamarsi tutte le sante parole della madre perduta per non chiedergliene ragione.
Lottante fra il dubbio e la speranza tent la prova col padre, sindaco della borgata, ma questi freddamente gli butt in viso che non avrebbe mai dato sua figlia ad un bastardo. Un bastardo!... lingiusto rimprovero fece perdere la ragione al povero giovane, che dimenticando tutto, os alla presenza del figlio portare le mani su lui. Fu arrestato e condannato a prigionia. E in tal modo si avvelenava per sempre lesistenza di un onesto e bravo giovane per la grave colpa di essere nato dalla colpa.
Oh! perch dunque vha ancora nella societ chi per una malintesa morale danna al pianto e forse alla morte tante povere creature?...
Una disgraziata fanciulla che cresciuta senza il consiglio duna madre, locchio vigile e pietoso dun padre, sola e priva daffezione, sente parlarsi con insoliti accenti di amore, e fatta amante cede inesperta alle lusinghe dun vile, vorrete chiamarla infame, vorrete dannarla alla miseria?... Oh pensate al tormento di quella sventurata! pensate al disinganno, al rimorso, alla miseria duna giovanetta che si risveglia da un sonno damore per trovarsi sola, abbandonata, vilipesa, collo strazio del sogghigno degli indifferenti, che la segnano a dito; pensate a tutta una storia di torture e, perdonate, perdonate alla meschina. Non le rifiutate il lavoro che vi chiede coraggiosa per trascinare una vita di pianto, non le chiudete la porta della vostra casa ove cerca portare i suoi umili servigi; perdonate, oh perdonate alla misera che lava la sua colpa con tante lagrime di pentimento!
Perdonate al figlio di padre infame, che col cordoglio e lamarezza nellanimo vi guarda timoroso e sfiduciato, e vi chiede lavoro e vita col rossore di fallo non suo. Oh non lo dannate con un segno di mala fede, di dubbio oltraggioso, alla disperazione e forse al delitto; perdonate al figlio onesto linfamia del genitore!
E perdonate infine al buon cittadino, alluomo di cuore, la infelicit di non conoscere i parenti, dessere un trovatello.
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LARIA ALTEZZOSA.
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La campanella dellistituto femminile S. Brigida aveva gi invitate educande e religiose alla scuola, ma Emma, la bella e brava contessina Del Poggio, passeggiava ancora, nellombroso viale del giardino con Suor Maria, maestra di disegno. Era Suor Maria lidolo delle fanciulle, da cui sapeva cattivarsi la stima collabilit e lo zelo dellinsegnante, e laffetto collamorevolezza la pazienza angelica e limparzialit a tutte prove; a giudicarla dallapparenza le si potevano contare trentanni al pi; non appariva bella a prima giunta, ma dopo un poco si finiva col trovarla tale; e di fatti erano cos ricchi di soave espressione que suoi grandocchi neri, che spiccavano fra il pallido bruno del di lei volto ed il bianco delle bende che lo cingevano tuttintorno!...
Suor Maria dunque passeggiava in giardino con Emma di cui teneva una mano nelle sue, e cos diceva, o, per meglio esprimermi, cos continuava il suo dire che gi aveva dovuto intenerire la giovinetta di cui il ciglio era molle di pianto. S, fanciulla mia, il tuo cuore  buono, eccellente; io che ebbi campo di conoscerti durante gli otto anni che fosti affidata alle cure di questo istituto, io te lo ripeto senza tema di risvegliare in te vano senso di superbia, ch tutto che di buono noi sortiamo da natura  dono di lass, ed  stoltezza inorgoglirsi di virt non propria. Il tuo cuore dunque  buono, fanciulla mia, ed il cuore buono quando non sia scompagnato da sano giudizio,  per tutti argomento delle pi sante gioie; poich per esso il ricco  compassionevole e benefico, il povero affezionato e riconoscente, il saggio maestro di morale e di benessere alla societ, e la donna cara messaggiera di pace e di felicit. S, la donna veramente di cuore  messaggiera di pace e felicit; ch non  tormentata mai da basse invidie n quindi da piccole gelosie, porta riflessa in volto la serenit, che prestando uguaglianza e giovialit al di lei carattere, e dolce e pietoso accento alle di lei parole, fa s che i parenti e i congiunti lamino e stimino, i famigliari le professino rispettoso affetto, e i poverelli e glinfelici la benedicano. Ma come lo specchio spesso nasconde la sua virt sotto il vapore che lappanna, il cuore cela non di rado i suoi tesori sotto un velo che li offusca e sovente li copre, voglio dire sotto il velo della vanit. Ond che spesso si fanno stimare crudeli molti che chiudono in petto cuore tenerissimo, e si fanno principalmente stimare tali per laria altezzosa colla quale tengono per fermo di guadagnarsi laltrui rispetto, e diciamo, pure di destare invidia e gelosia.
Oh laria altezzosa! laria altezzosa, che ti fa guardare con soggezione e timore dalla povera gente, che ti fa destare nel cuore dei fanciulli la prima idea dellingiustizia sociale, in quello degli sventurati un amaro senso dinvidia!... Deh, fanciulla mia, mia buona Emma, tu che nobile e ricca stai per entrare in una societ che ti dir bella, gentile, che ti saluter regina delle feste e dei brillanti convegni, deh non permetter mai che laria altezzosa offuschi i pregi del tuo cuore!... e se mai fossi tentata a guardare dalto in basso le persone, pensa che  trista gloria quella di costringere i miseri a un mesto confronto fra la loro sorte meschina ed unaltra bella e risplendente, pensa che saresti crudele, rammenta Suor Maria.
E qui la religiosa che si era tutta animata in volto alle ultime parole, abbass il capo e si tacque per un poco, quindi ripresa la sua aria abituale di serena pace, continu:
Alla vigilia di lasciare il collegio, di dirmi addio, posso raccontarti la mia povera storia, una storia semplice e breve, ma che varr forse a tenerti sempre fisso in mente che laria altezzosa non solo  crudelt, ma  anche spesso causa di gravi mali.
Rimasta orfana quandera ancora bambina fui affidata a questo istituto donde escii alla bella et di diciottanni per entrare in casa dellunico mio zio paterno, vedovo con una figlia maggiore di me. Lo zio, che mi era anche tutore, amavami teneramente, n faceva distinzione di sorta fra me e Carlotta, cos chiamavasi mia cugina, anzi un delicato senso di piet suggerivagli mille raffinati riguardi pi per lorfanella nipote che per la figlia stessa. Questa pure in fondo in fondo mi voleva bene ma careggiata fin dallinfanzia dai parenti e dagli amici, forse un po guasta dalle frequenti adulazioni di questi ultimi e usa agli omaggi dei servi che obbedivano in lei la sola padrona, prese ad usare con me pure quel fare altezzoso con cui soleva trattare i suoi inferiori e dipendenti. Certo ella non immaginava che quel volgermi la parola solo di quando in quando e in atto di degnazione fosse un tormento per me, che avrei avuto tanto bisogno dun cuore amico, del benigno accento duna sorella; ella non immaginava che per cagione sua io provassi le pene dellintrusa in famiglia altrui, e che sentissi il triste isolamento dellorfana costretta a misurare ed a piangere amaramente la sua sventura. Dico ella non immaginava certo tutto ci, perch il di lei cuore era buono ed io la vidi soccorrere pi volte, senza lidea di vanto, a povere famiglie. Se lavesse potuto leggermi in animo quando nel silenzio della mia camera andava ricordando fra le lagrime il collegio, laffetto delle compagne, la benevolenza delle maestre, o figurandomi con mesta invidia la bella sorte delle fanciulle cui erano serbati i genitori; se lo avesse potuto comprendere il disgusto per la vita, per la societ che mandava filtrando poco a poco nellanimo, oh certamente avrebbe posto gi quellaria altezzosa, si sarebbe mostrata meco forse come voleva il suo cuore, non come suggerivale stolta vanit.
Ma ella non poteva leggermi in animo, ed io intanto passava giorni tristissimi, sempre ripiegata su me stessa, il cuore colmo di disgusto, la mente piena da riflessioni che non potevano a meno di risultare amarissime, suscitate come erano dal fare altezzoso di mia cugina e degli altri che credevansi in dovere di seguirne lesempio. Eppure io sentiva damare Carlotta, sentiva che per una dimostrazione del suo affetto sarei stata felice!
Per il suo giorno natalizio io pure volli prepararle un ricordo; era un quadretto, una scena campereccia che durai un mese a dipingere, animata dalla speranza di farle con quel presente cosa gradita; fu con un palpito che vidi spuntare lalba di quel d, un palpito di speranza combattuto da timore. Carlotta comparve in sala a mezzogiorno quando amici e parenti vi erano gi convenuti per presentarle auguri e doni; accolse gli uni e gli altri con dimostrazione di riconoscenza e daffetto, ma quando partiti tutti, io, quasi per attingere il coraggio di presentarle il quadretto, le balbettai le mie felicitazioni, mi rispose con tanta freddezza, con tanta alterigia, che nebbi lanimo ghiacciato e non pensai pi al mio povero dipinto. Mi ritirai nella mia camera e quivi lo nascosi quasi per levarmi con esso dattorno la memoria dei pensieri che mi avevano accompagnata nel tratteggiarlo. Allora pi che mai ricordai i bei giorni passati nel mio istituto, e il desiderio, che gi molte volte mi aveva ricercata di ritornarvi, mi si fece allora s prepotente in cuore che decisi soddisfarlo. La societ studiata sul viso di mia cugina mintimoriva, la vita delle religiose che mavevano educata parevami bella, invidiabile e fissai di seguirne lesempio. Superati i pochi ostacoli incontrati in mio zio, riuscii a strapparne il consenso e un anno dopo essere escita da collegio vi ritornai per sempre. Il cielo volle che non mi avessi mai a pentire di quella decisione e che fra queste mura trovassi affetto e soddisfazioni. Ma se fosse stato altrimenti?...
Qui suor Maria si tacque ancora e cammin in silenzio alcuni minuti, quindi fissati i suoi begli occhi in volto della fanciulla continu... Oh il fare altezzoso, il fare altezzoso!... Non sia mai il tuo, fanciulla mia, deh non sia mai il tuo! e baciatala in fronte sincammin con essa verso casa.
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ARNALDO.
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Aveva sei anni, era lunica gioia della vedova madre che aveva riposto in lui ogni delizia, ogni speranza!... Era bello, biondo e dai grandocchi azzurri come un angelo del Paradiso; era grazioso, gentile, tutto affetto e tenerezza!... La madre gli era sempre dattorno con quelle mille cure che sono proprie della donna che ha concentrato nel figliuoletto suo lamore di sposa e di madre.
Nel Camposanto del paesello di N. sinnalza ora su una breve fossa, un monumento in marmo bianco; tutti i giorni, in sul far della sera, una donna ancor giovane e bella, ma dal volto spirante sconforto, muove soletta alla volta di quel cimitero, e inginocchiata a piedi del monumento, la diresti una statua rappresentante il dolore!  la madre di Arnaldo!... piange sulla fossa della sua unica gioia che le rapiva la morte. Son cinque mesi che il suo angioletto le spirava fra le braccia, e ancora non seppe dar tregua allangoscia. Povera donna, madre infelice!... nel figliuoletto suo ella amava lo sposo perduto di cui vedeva i nobili lineamenti impressi su quel volto infantile; aveva vagheggiate in cuor suo le pi belle speranze, per quando, in progresso di tempo, lavrebbe veduto giovane virtuoso ed assennato, portare degnamente il nome intemerato che gli lasciava suo padre; in lui vedeva uno scopo alla vita, accarezzava un compagno dei tardi anni; e le moriva fra le braccia; ed era cos bello, cos gentile, cos ricco daffetti... Povera donna!... madre infelice!... Cos giovane ancora vorrai tu strascinare i tuoi giorni nel pianto?... vorrai tu vivere senza una speranza che ti faccia sorridere ancora?... Il tuo dolore  dunque cos cupo e sconfortato come se il tuo piccino ti avesse lasciata per sempre, come se egli fosse dannato a un esilio di lagrime. Non sai che colla morte gli uomini si dicono addio per poco?... non sai che i fanciulletti innocenti volano dalla terra in seno a Dio, l, dove c una luce bella, purissima, l dove si gioisce continuamente e non si teme il dolore che  retaggio del mortale?... Rasserena la fronte, povera madre;  il tuo Arnaldo che te lo dice, che te ne prega. Odi la sua voce che ti parla al cuore; egli  felice. Iddio lha voluto fra i suoi angeli per risparmiargli le pene che laspettavano nella vita, forse per risparmiare a te lo strazio di vederlo soffrire! Rasserena la fronte, povera madre! La vita  un soffio, il tuo Arnaldo ti aspetta; di lass ti stende le braccia, ti sorride e ti dice: Vieni, vieni con me, non ci diremo pi addio, saremo sempre uniti.
Povera madre!... ti riconforta e spera!...
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UNA FAMIGLIA POVERA.
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Un poco fuori della citt di... c un palazzotto che finisce negli angoli in quattro torri merlate e altissime, ci che gli ha guadagnato nei dintorni lappellativo di castello. Lantico proprietario di quel palazzo, gentiluomo milanese, aveva una grande predilezione per quel luogo, dove passava la maggior parte dellanno. Ma dacch, morto lui, venne in potere del nipote conte De Nota, si pu dire che sia sempre restato in mano del custode che nacque l, ed ora vi vive nellappartamento che gli fu destinato, colla moglie e una mezza dozzina di figliuoli. Il nuovo proprietario, conte Andrea, uomo sulla cinquantina, che vive con una sorella e con due figli della medesima, non viene quivi che una quindicina di giorni ogni due o tre anni preferendo a quella villeggiatura un po triste, le amene e brillanti del lago di Como. Ora nellautunno del 57 i signori erano fuori, e se ne stavano la sera dopo il loro arrivo, seduti su eleganti sedili di campagna, davanti la casa, nella vasta prateria che la circonda tutto intorno, quando da una delle quattro torri sentirono un suono cos dolce, una melodia cos piena di patetica espressione che meravigliati tutti volsero gli occhi in su e stettero ad ascoltare in silenzio. Cessato il suono cominciarono i come, i perch, il voler sapere che prodigio fosse quello. Si mand pel custode, lunico abitatore del palazzo, come si  detto, uomo rozzo che certamente non doveva saper suonare, n avere una moglie che si desse a tal arte gentile. Il buon uomo venne avanti a furia di riverenze e si ferm ad una rispettosa distanza aspettando lonore di essere interrogato.
Ci sono degli spiriti in villa? cos linterrog a mezza bocca, perch ci aveva lo zigaro, il marchesino Alfredo, il figlio maggiore della sorella di Andrea, che se ne stava a cavalcioni su di una sedia colle braccia appoggiate alla spalliera.
Oh! in quanto a questo possono stare tranquilli; sono quarantanni che vivo qui e li assicuro che non si  mai sentito nulla. Uno scoppio di risa fece accorto il povero diavolo della sua balordaggine nel non avere capito che quella domanda gli era stata fatta per celia.
Dunque eri tu che suonavi tanto bene il pianoforte nella torre, o forse Madama tua moglie?... prosegu ilaramente Alfredo.
Ah! signor mio; n io n la mia Gregoria abbiamo mai pensato a perdere il tempo suonando, ch non faccio per dire, ma il nostro dovere labbiamo sempre fatto, come si dice, bene, e quando si bada a lavorare non si ha mica tempo da buttar via. E poi la si figuri! la mia Gregoria ha da pensare a sei figliuoli che sono come le canne dellorgano; li deve vestire e educare un poco, perch, non faccio mica per dire, ma la mia Gregoria...
Che ti colga il malanno, maledetto ciarlone lo interruppe Alfredo, Non hai ancora capito che noi si vuol sapere chi suonava poco fa nella torre?
Oh! quand cos eccomi a suoi ordini. Deve sapere prima di tutto, la signoria sua, che il conte Paolo, buonanima (era proprio un granduomo!) quando ha fatto mio padre custode del castello, che non faccio per dire  il pi bello e rinomato dei dintorni, gli ha fissato per casa un appartamento di otto stanze comprese tre che sono nella torre qui sopra. Ora deve ancora sapere che quelle tre stanze rotonde, erano per me quasi inutili: quindi lanno scorso, loro signori sanno bene, fu un anno cattivo per noi di questi paesi; manco una libra di bozzoli si poterono avere dopo tante fatiche; si figurino, lor signorie, che fino alla quarta dormita i bachi sono andati benone, e poi... tutti alla malora; e luva?... si  stati a becco asciutto tutto linverno. Dunque una volta andati a male i bachi e luva che cosa si fa con sei figliuoli alle spalle? dissi fra me, e mi adattai ancora a lavorare, come faceva tanti anni fa, da falegname, ch lor signorie devono sapere, che mio padre, buonanima, maveva fatto insegnare...
A rompere il capo alle persone colle tue ciarle?... cos linterruppe ancora Alfredo Non hai ancora capito, uggioso villano, che qui si vuol sapere chi abita nella torre?
Sua signoria ha ragione, ed io la servo subito; deve dunque sapere che diventai una seconda volta falegname e per aiutarmi un po di pi, tanto da tirar avanti linverno dissi fra me: Gi il signor conte non viene mai qui; e se anche affittassi le tre camere della torre non ne verrebbe gran malanno; sparsi la voce delle tre camere in libert. Non tard molto a venir qui una famiglia, che, non faccio per dire, non d noia ad una mosca;  una madre vedova, una figliuola sui diciottanni, un bambino di dieci ed una vecchia fantesca.
Sia lodato il Cielo che sei venuto finalmente alla conclusione salt su il conte allora.
Buon per te che la suonatrice della torre tocca il pianoforte con unespressione dangelo, altrimenti, la dovresti pagar cara, mascalzone. Non hai mai saputo che il custode duna villa non pu affittare nemmeno un bugigattolo senza il permesso dei padroni? lo riprese Alfredo.
Sua signoria mi perdoni, e si metta un poco nei panni dun povero diavolo come me, che non faccio per dire, ma...
Basta, basta per amor di Dio venne fuori allora la bionda marchesina Paolina che durante quel dialogo si era divertita, sfogliando un dorato albo, mentre la marchesa madre era tutta intenta nella lettura di non so qual cosa; lasciatelo andare pei fatti suoi; ci potrebbe regalare unaltra cicalata ed ha una voce s uggiosa che mi urta i nervi.
Perdono, nipote, la riprese Andrea, con un mezzo sorriso di sprezzo; vorrei sapere ancora una cosa; ditemi, buon uomo,  certamente la figlia che suona?
Sissignore,  madamigella Amina, almeno cos mi ha detto mia moglie, la quale la vide un giorno al pianoforte riportandole in casa un gomitolo che le era caduto dalla finestra, perch deve sapere che non si sa mai nulla di quegli inquilini; escono di casa soltanto alla domenica per andare alla chiesa nella vicina citt, ove la vecchia serva tutte le mattine va col fanciullo per fare le provviste, ma non si ferma mai a parlare con nessuno, e meno di buon d e buona sera non dice ette neppure a mia moglie.
Va bene; ora ritorna pure pei fatti tuoi; cos lo licenzi il conte. Il custode non se lo fece mica dire due volte, e con una profonda riverenza se ne and congratulandosi in cuor suo daver passato cos liscio laffare delle stanze affittate.
Ma si pu egli dare gente pi imbecille dei campagnuoli! esclam Alfredo che seguiva dello sguardo il nostro uomo.
Se per gente imbecille, lo riprese severamente lo zio, sintendono i poveri diavoli che devono sgobbarsi sul lavoro da mane a sera per procurare un pane a s e alla famiglia, hai ragione; e quindi non avresti tutti i torti dattribuire ingegno meraviglioso a chi passa tutto il giorno in un beato ozio fumando lo zigaro al caff, facendosi ammirare al corso, su un cavallo arabo e dandosi buon tempo in quei mille modi che procura il merito di essere nati ricchi. Il marchesino si prese in santa pace la sferzata, e ne fece tanto caso, che lo zio non aveva ancora chiuso bocca, chegli sera gi dato a cantarellare a mezza voce, una romanza allora in voga, quando le fu troncata in gola da ben arpeggiati accordi che precedettero un pezzo di Chopin eseguito con tanta maestria, con tanta agilit, leggerezza ed espressione che persino la marchesa madre fu costretta di levare gli occhi dal giornale e guardare in su come tutti gli altri.
Bene! benissimo, saltava fuori di tanto in tanto il conte e quando cess larmonia, non pot tenersi dal battere le mani, cosa che fu subito imitata anche da Alfredo.
Pare che stassera lo zio sia molto amante della musica; nessuna mai delle signorine che sent suonare sino ad ora nei nostri salotti di citt, ebbe la fortuna di meritarsi tanti applausi osserv non senza un poco di dispetto Paolina.
Difatti non m mai occorso di sentire toccare il pianoforte con tanta espressione, e poich la bella sorte volle che cimbattessimo qui in campagna, ove la mia gentile nipote soffre tanto di noia, in una persona che seppe portare larte a tale perfezione, lasciate che vi proponga una cosa. Invitiamo per domani sera i villeggianti vicini a una veglia, a una riunione in confidenza; preghiamo le signore che abitano nella torre a prenderne parte; la signorina che ci colp tanto stasera, non sapr resistere alle nostre istanze, suoner, e in tal modo ci procureremo il piacere di conoscere da vicino una tal gemme nascosta.
Ben pensata! risposero in coro Alfredo e Paolina cui lidea di una riunione, di duna veglia quantunque alla buona, pareva rendere pi libero il respiro, dopo alcun tempo di solitudine.
Ben pensata, ben pensata! soggiunse la marchesa, una donna sui quarantanni piuttosto pingue, che non aveva altro di mira che di passarsela meglio che fosse possibile. Laffare fu cos concluso, e il giorno dopo fu tutto speso, da Alfredo nellandare sul suo cavallo baio a invitare i signori delle ville vicine, dalla marchesa e da Paolina nel preparare e fare la toeletta, da Andrea nel far mettere in ordine il salotto. Giunta la sera non tardarono a venire gli invitati, tutti villeggianti che se la intendevano assai bene fra di loro. Il pianoforte stava aperto nel mezzo, e una signorina, amica di Paolina, dopo qualche smorfia duso, si era arresa alla preghiera di alcuni e stava gi strimpellando con disinvoltura la Buena Ventura di Adolfo Fumagalli, quando entrarono preceduti dalla marchesa due donne e un fanciullo, la cui vista diede tosto luogo in tutte le signore, e in alcuni cavalieri a un ammiccarsi degli occhi, a un nascondersi dei volti sotto i ventagli, o per celare una risata mal repressa, o per susurrarsi parolina allorecchio. E perch tutto ci?...I nuovi venuti erano una donna con tutti i segni dun lungo patire impressi in fronte, una giovane alta e ben fatta della persona di non comune bellezza, un bambino pallido e biondo che si sarebbe detto un angelo se la salute e la robustezza avessero animato quel languido visuccio. Era dunque la toeletta che produsse tale ilarit fra quei signori?... pu darsi, poich difatti la donna portava un abito di seta nero cos ragnato che il bianco della sottana vi traspariva sotto, ed aveva le spalle avvolte in uno scialle di lana, pure nero come si fosse trattato di camminare per le strade, e non di entrare in un salotto; la giovanetta portava un abitino di mussola a disegni antichissimi, un abitino corto (e si era nel tempo del trionfo degli strascici), non avea cerchio, e i lunghi capelli neri aveva raccolti in due trecce scendenti gi per le spalle; il fanciullino indossava una blusa che doveva essere stata nera e che ora tirava al rossiccio, e i calzoncini rattoppati in pi luoghi; nessuno dei tre aveva guanti, ci che era affatto contro letichetta. Non  dunque da rimproverarsi del tutto il contegno delle signore qui convenute allarrivo di quelle persone; ch se alcuna di esse avesse notato sul volto della madre una certa espressione di dolorosa peritanza al suo entrare in quel luogo, e su quello della figlia una nobile alterezza, e un rossore repentino accompagnato da un motto sdegnoso delle labbra, alla vista delleffetto che produsse la sua e la comparsa della madre e del fratello, avrebbe letto in quel misero vestire qualche cosa che piuttosto di muoverne le risa le avrebbe stretto il core, lavrebbe fatta piangere! Il conte dal capo del salotto not e le occhiate, e i sorrisi, e le paroline, gett uno sguardo di disprezzo a s dintorno, and ad incontrare le signore, offerse il braccio alla madre, e seguito dalla giovane e dal fanciullo, le invit a sedere in uno dei migliori posti, ed egli stesso sedette fra loro. Quelle gentilezze prodigate dal padrone di casa, fecero subito mutar danimo quanti erano ivi raccolti, ed ognuno allora not quel che gli era sfuggito prima; il viso sofferente della madre, il nobile e realmente bello della giovinetta, langelico del bambino, e not ancora che la fanciulla tenendo fra le sue una manina del fratello landava accarezzando con affetto materno e lo guardava con una certaria come se avesse voluto dirgli: Vedi, quanto io ti voglio bene; se gli altri non ti accarezzano non importa, io e la mamma siamo tutto per te. Il cuore della donna  cos fatto che non appena viene intenerito, vorrebbe darsi tutto per confortare e soccorrere, onde non  e meravigliarsi se molte di quelle signore stesse che poco prima non potevano pi frenare il riso alla vista di quei nuovi venuti, con un motto spontaneo si sieno portate allora a salutare le due donne, a complimentarle, perfino a far loro intendere cherano liete daver fatta la loro conoscenza. Una lagrima della madre a quelle dimostrazioni, e le risposte della figlia fatte colla voce velata dal pianto trattenuto, quante cose non dissero a molte di quelle signore! Ve ne furono perfino di quelle che vi lessero tutta una storia di dolore. Il conte osservava intanto tutto in silenzio, e come gli parve tempo, dopo daver parlato della sua meraviglia pel modo con cui avea sentito suonare il pianoforte la sera innanzi dalla signorina, linvit a onorare la riunione col ripetere il pezzo che tanto lavea colpito. Non si fece pregare Amina e con gentile modestia portossi a sedere al pianoforte, e si diede senzaltro ad eseguire un pezzo con tale delicatezza di tocco, con tale grazia e chiarezza desecuzione, che pi volte fu interrotta da uno scoppio dapplausi, i quali poi si fecero strepitosi agli ultimi accordi. Interrogata dove e come si fosse perfezionata a quel punto nella musica, rispose che lavea studiata in collegio, e che poi nei due anni dacch era ritornata a casa si era sempre esercitata da s. In collegio?... dunque quella fanciulla non era povera come lo dimostravano le sue povere vesti, anzi tutto diceva che tanto lei quanto sua madre avevano uneducazione compita, uneducazione da dama ragguardevole. La povert di cui pareva circondata quella famigliuola cominci a sembrare un mistero, e lidea del mistero accrebbe la simpatia generale per le donne e il fanciullo al punto che, sul finire della veglia chi non avesse prodigato gentilezze alla famigliuola sarebbe stato notato e criticato da tutti gli altri. Come alcuni degli invitati cominciarono a congedarsi e a partire, la signora Elisa, la madre di Amina, prese anchella licenza e salutati colla figlia i padroni di casa e i signori quivi convenuti, esciva coi figli accompagnata dal signor Andrea che le condusse fino alla scala e quivi si arrest non osando andare avanti per quella delicatezza danimo che avea sortito da natura, e che gli diceva allora di non entrare nellabitazione di quelle donne che dovevano essere povere, che dovevano essere state ricche. Entrati in casa, una misera casa di tre stanzuccie o per meglio dire di tre bugigattoli ove fra lo scarso e misero mobigliare faceva strano contrasto un bel pianoforte posto nel mezzo di una specie di salottino angusto, una vecchia si fece loro incontro con unansiet, con una smania che dinotavano maggior affetto di quello che solitamente porta il servo al padrone. Amina le si gett fra le braccia con uneffusione tenerissima e: Ho suonato, disse, mhanno applaudita, speriamo. Sulla fronte rugosa della vecchia pass un lampo di gioia le brillarono due lagrime negli occhi, baci in viso la fanciulla, prese in collo il bambino e voltasi alla signora esclam: Lho sempre detto io che il Signore c per tutti, e che tanta virt si sarebbe meritata presto o tardi il suo premio. Amina una volta conosciuta sar cercata da molti, da tutti; vedr, vedr signora, se la povera vecchia non dice il vero. E in cos dire prendeva il lume, ed accompagnava madre e figlia nella cameruccia loro destinata, dove cera un letto o per meglio dire un giaciglio; quivi la buona serva le lasciava e si portava nella sua col fanciullo che le si era addormentato fra le braccia.
Mamma, disse la fanciulla, non appena la donna le ebbe lasciate sole; mamma, speriamo!
Speriamo, le rispose quella con un bacio.
La notte la madre sognava che la sua Amina partiva sola per lontani paesi; le metteva al collo una crocetta e baciandola si sentiva morire; le pareva che sua figlia portasse seco il di lei cuore, Amina sognava pure; le pareva di vedere la madre, il fratello e la vecchia Ghita in una bella casetta ben ammobigliata, col giardino davanti; sua madre non lavorava pi, era ben vestita, Carletto portava una blusa di lana nuova, poi le pareva dessere in una sala illuminata, piena zeppa di signori e dame; lei era lasciata in un angolo sola, dimenticata; tutti la chiamavano laia, nessuno Amina come soleva sua madre.Sua madre! le era lontana; a questo pensiero si sentiva stringere il cuore forte forte e si destava in sussulto, girava attorno gli occhi; la cameretta era illuminata dai primi raggi del sole che si riflettevano sul volto pallido della madre addormentata. Stette un poco a guardarla e il Cielo avverasse il mio sogno, esclamava giungendo le mani e guardando in alto in guisa di preghiera. Il Cielo avverasse il mio sogno, ripeteva e tornava a guardare sua madre e piangeva sommessamente. Lamava tanto e pregava per ci che lavrebbe strappata dalle sue braccia! lamava tanto e sospirava il momento di lasciarla, di dirle addio e chiss per quanto tempo! Oh! la povera fanciulla sentiva ben ella tutto lo strazio di quel contrasto! sapeva ben ella da quante sofferenze, da quante amarezze, da quanti segreti tormenti le fosse stato messo in animo il desiderio di lasciare sua madre! Povera fanciulla! aveva tanto sognato le gioie domestiche nel convento ove fu educata! si era immaginata tante cose ridenti per quando ritornata in seno della famiglia sarebbe stata sempre vicina a suoi cari, aveva creduto che il cammino della sua vita dovesse essere seminato di rose!... e due mesi dopo che era uscita di collegio, le rose cominciarono a fiorire sulla tomba di suo padre! e invece di gioie domestiche ebbe a vedere la madre, la di lei cara vecchia nutrice che da tanto tempo faceva parte della famiglia, e il fratellino sgomberare dalla bella casa paterna e ridursi a stentare la vita nelle poche stanzuccie ove le spingeva lo scarso avanzo dei beni perduti in un fallimento di cui era stato vittima il morto genitore.
Ebbe a vedere la madre diletta, avvezza ai comodi di unagiata condizione, curvata da mane a sera sul lavoro che doveva aiutare il sostentamento dellinfelice famigliuola; la ebbe a vedere spogliarsi poco a poco di tutti gli ornamenti, perfino dellanello di brillanti che le poneva in dito suo padre prima di morire. E quanti sforzi, quante angoscie per nascondere una povert che voleva restar celata agli occhi degli indifferenti! Eppure un giorno sulla pubblica via, alcune signore osarono mettere in ridicolo la misera toletta di sua madre, il suo abitino breve e di stoffa antica, la blusa sdruscita del fratellino; ella not quelle beffe crudeli, ed arross dapprima, poi alz la fronte e con un certo nobile orgoglio che si adattava tanto bene alla sua fisonomia, gett sulle signore uno sguardo pieno di compatimento e di disprezzo. Aveva scritto, arrossendo si pu dire a ciascun verso, ad un lontano parente ricco e alto locato; gli aveva fatto il quadro della famiglia ridotta a quel triste punto, gli aveva detto che avevano perduto tutto, che il suo lavoro, quello della madre e della vecchia fantesca a mala pena procurava il sostentamento alla famiglia, e gli si raccomandava per ottenere a lei un posto distitutrice in qualche collegio, in qualche famiglia ragguardevole.
Nebbe in risposta una lettera gentilissima; il ricco parente piangeva con lei la sventura toccatale; piangeva il suo genitore perduto; lodava la sua risoluzione lincoraggiava a fare tutto il possibile per migliorare la condizione della famiglia. Migliorare la condizione della famiglia! E che non aveva fatto la poverella per procurarsi alcune lezioni di musica, di disegno, di lingue straniere?... Ma non era conosciuta e le avevano risposto che ceran tanti professori! Convenne dunque rassegnarsi, e sperare in unoccasione favorevole stentando intanto la vita, collo strazio continuo di vedere una madre gi affievolita dai passati patimenti e avvezza a tutti i comodi di unagiata posizione, curvata sul lavoro il giorno intero. Ora linvito del conte che fu accettato, dopo una forte lotta fra il rossore di comparire ad una veglia in povero vestito, e la smania di far conoscere la sua abilit per raggiungere il santo scopo che sera prefissa, alimentando una speranza che gi sandava illanguidendo, die tale forza allanimo della fanciulla, che, dimenticato e superato amor proprio e tutto, decise di tentare ogni cosa pur di soccorrere la povera famigliuola. E tale brama era troppo giusta e generosa perch Iddio non lesaudisse. Invitata una seconda volta dal conte, ella trov facilmente il mezzo di esternare ad una donna il suo desiderio di allogarsi come aia in una casa; sentendosi incoraggiata a tal passo le si raccomand e fu confortata a sperare. Diffatti non erano ancora passate due settimane, e le veniva ricapitola una lettera espressa in questi termini:
Signora. La vostra posizione mi commosse; minteressai tosto per voi ed oggi sono lieta di potervi dire che siete invitata come aia di tre fanciulle in casa del marchese Karl, uno dei pi ragguardevoli signori di Franckfurt; domani io stessa verr a parlarvi pi particolarmente su tutto; intanto fatevi coraggio, e non vi lasciate intimorire dalla distanza. Credetemi vostra amica.
Zemira Del Lauro.
Chiunque pu immaginare leffetto che produsse su ciascun animo la lettura di quel foglio fatta a voce alta e ferma della stessa Amina, a cui la lotta dei sentimenti che le si succedevano senza posa in cuore, richiamavano sul viso ora il pallore, ora il rossore, ora una lagrima, ora un sorriso.
Mamma, mia cara mamma, proruppe infine buttandosele al collo; tu non sarai pi cos povera!
Ma tu mi sarai lontana le rispondeva la povera madre.
Carletto potr essere educato come si conviene alla sua nascita ripigliava la fanciulla.
Ma tu, in paese straniero, dovrai vivere fra persone sconosciute.
Io penser sempre a te, a voi, e sar felice ovunque.
Che tu sia benedetta, povero angelo!... E se la strigeva al seno con forza, mentre in un angolo la vecchia nutrice si asciugava il pianto col dosso della mano e ripeteva:
Chella sia benedetta!
Una settimana dopo chi si fosse trovato alla stazione della citt di... avrebbe notato fra i viaggiatori convenuti nella sala daspetto della seconda classe, una giovane sola, vestita in nero con unaustera semplicit, ritta ed immobile davanti alluscio invetriato che dovea venir aperto da un momento allaltro. Era pallida, si capiva che aveva pianto assai, ma una mesta tranquillit stava diffusa sul suo volto; uno scultore lavrebbe presa a modello per rappresentare la Rassegnazione.
Quando il vapore fece sentire il suo fischio, si scosse, gir attorno gli occhi come in cerca di qualcuno, si fece pi pallida ancora, e non appena luscio venne aperto si slanci con una premurosa smania, come se cercasse di fuggire, nel primo carrozzone che le venne additato; vi si butt a sedere in un angolo e stette l un poco come trasognata; finch il treno fa messo in moto; allora si scosse, sporse la testa dallo sportello e fiss gli occhi ad un punto lontano, ove din fra gli alberi si scorgeva qualche cosa di bianco come una chiesuola, una casa. Il treno correva gi da un poco, ed ella era l ancora; non si distingueva pi nulla, neppure una casa, ed ella stava sempre l immobile collo sguardo fisso. Solo alla fermata della prima stazione ad un sobbalzo del carrozzone, ritrasse il capo dallo sportello e volse gli occhi intorno.
I suoi compagni di viaggio erano, un vecchio che dormicchiava con un giornale spiegato sulle ginocchia, ed un cagnolino che gli stava accovacciato ai piedi; si poteva dire sola, nessuno losservava. Appoggi il gomito destro sul bracciuolo, lasci cadere il capo sulla mano e pianse. Madre mia! mormorava, Madre mia! e riandava col pensiero lultimo addio che si erano scambiate quello stesso mattino, la forza che si era fatta inutilmente per trattenere le lagrime al pianto doloroso della madre desolata, al singhiozzare del fratello, a quello della buona vecchia chera stata testimone delle gioie e delle sventure della famiglia. Ciascuna stazione era una ftta al suo cuore; sandava sempre pi allontanando dai suoi cari, dal suo paese; sandava sempre pi avvicinando alla terra straniera! Ma in quella terra straniera avrebbe lavorato per la diletta famiglia, che per lei non sarebbe stata pi cos povera; la madre riposerebbe dal lungo lavoro, il fratellino verrebbe educato... ed un lampo di gioia passava su quel volto in lagrime. Armatevi di forza, perch la posizione dellaia  difficile e scabrosa assai le aveva detto la signora Del Lauro quando la salut lultima volta; ma che importa? se sua madre, suo fratello, la buona vecchia, saranno felici?... Qualsiasi dispiacere le dovesse aspettare, essi non sapranno nulla; che importa dunque sella soffrir? Cos assorta ne suoi pensieri aveva passate alcune ore, allorch langelo del sonno chiuse le sue pupille stanche dalle lunghe veglie durate e dalla lagrime sparse. Quando si dest, il sole stava gi per nascondersi dietro le cime dei monti che le si offrivano allo sguardo sotto un aspetto incantevole. Era un tramonto come quello che soleva ammirare con sua madre alla finestra della sua casa. Domani non avrebbe pi veduto il sole prima di coricarsi indorare le montagne, gli alberi, le case della sua patria! domani non avrebbe pi udito parlare nella sua lingua; domani non lavrebbero pi chiamata Amina come a casa sua! A rompere il filo di questi pensieri che gi incominciavano a intenerire il suo cuore un poco rinfrancato dal riposo, giunsero cinque viaggiatori che salirono in quello stesso carrozzone alla stazione di Verona. Erano tre donne eleganti e gaie accompagnate da due signori; cominciarono fra di loro una conversazione briosissima: come lei andavano a Franckfurt, ma per passarvi un solo mese, per divertirsi; quale differenza fra lo scopo del loro viaggio ed il suo! Il mattino dopo Amina era gi al suo destino. Quel giorno in casa del marchese Karl cera festa; quindi un via vai di invitati, di servitori, di camerieri.
Una vecchia che le si present come guardarobbiera, la condusse non appena arrivata nel suo appartamentino composto di tre stanze ben ammobigliate che guardavano in giardino. Sua signoria la marchesa mha dato ordine di dirvi che, per oggi non ha tempo di parlarvi, domani far la vostra conoscenza le disse in tedesco.
Va bene, le rispose nella stessa lingua la fanciulla a cui sera stretto il cuore alla nessuna accoglienza e allaccento asciutto della donna.
Comandate? soggiunse la vecchia.
Grazie, nulla per ora, e rimasta sola si butt ginocchioni dinanzi ad una immagine della Madonna che pendeva dalla parete. Si sentiva sola, aveva bisogno di conforto, sua madre le era lontano invoc laiuto di quella pia che dalle regioni dei santi soccorre allafflitto. Poi si lev il cappello, sacconci il capo, spolver labito visit le stanze che la vecchia le aveva mostrato, si pose a sedere vicino alla finestra; si sentiva come un nodo alla gola, un bisogno di sfogarsi; lasci liberamente colare le lagrime che le venivano copiose dal cuore. Pass la sera levando le sue poche robe dal baule; ciascun oggetto le richiamava sua madre, la sua cura nel riunire quelle povere biancherie, quegli abiti; le sue lagrime nel prepararle pel viaggio; le parve di vederla tutta in pianto e ancora desolatissima per la sua partenza; si pose tosto a scriverle una lunghissima lettera dove le parlava del suo viaggio e del suo felicissimo arrivo; le diceva che tutto le dava a presagire che in quella casa si sarebbe trovata bene, che sarebbe stata felice. Povera fanciulla! per tranquillare la madre mentiva a s stessa! Ma ella era disposta a tutto tollerare, a tutto soffrire per il benessere della famiglia. Le fanciulline che le furono affidate erano due belle angiolette gentili, amorose, che presero ad amarla come sorella, ad ascoltarne le parole con una specie di rispetto religioso, sicch in breve ella fu padrona di quei teneri cuori, ed os sperare un compenso alla lontananza della famiglia e della patria nei progressi nel bene e nel sapere delle sue giovinette allieve. Povera Amina!... ella non immaginava le pene che lattendevano in quella famiglia. La madre delle fanciulline, la marchesa Carlotta, vedova bella e vagheggiata, ma sommamente altiera e capricciosa, vedeva di mal occhio listitutrice introdotta in casa del vecchio marchese, zio del suo defunto marito, uomo severo, che viveva sempre solo nel suo appartamento e che le aveva proibito dallontanare le figlie facendole educare in un convento in Inghilterra comella voleva ad ogni costo. Ed ora che la presenza dAmina le era una continua prova della vittoria dello zio, ai cui voleri per altro finiva sempre collarrendersi, perch egli era ricco sfondato ed avrebbe temuto disgutandolo di non meritarsi la colossale eredit s sospirata, ora dunque con una leggerezza imperdonabile, che le impediva di misurare il gran bene che listitutrice faceva alle sue creature, cercava di vendicarsi su di essa col trattarla dalto in basso, collumiliarla, colloffenderla in quei mille modi che sono proprii dun animo triviale. I signori che usavano in quella casa, tutti adulatori sviscerati della marchesa sdegnavano listitutrice da lei avvilita, e o non le badavano per nulla o le parlavano da superiori con quella piet insultante elle amareggia tanto crudelmente. A tavola non le si volgeva mai la parola; onde mentre gli altri conversavano briosamente e scherzavano, la poverina trangugiava col pane altrui le lagrime che le irrompevano dal cuore. Chi lavesse osservata in quei tristi momenti con un poco dinteresse nel rossore e nel pallore che si succedevano sul suo volto, nella mesta espressione di un rassegnato dolore che qualche volta traspariva dal suo dolce sguardo avrebbe indovinato le pene di quel povero cuore, ne avrebbe compresa lumiliazione, il disgusto, forsanche la forza di soffrire in silenzio che le prestava il generoso pensiero della madre lontana, da lei soccorsa, per lei contenta. Ma quivi nessuno la conosceva, nessuno si curava di lei... dellistitutrice!... La sua presenza veniva appena tollerata; era necessario farle sentire la sua inferiorit. Povera Amina! povero fiore trasportato in suolo straniero e condannato a respirare unaria troppo rigida perla sua delicata natura! Solo la sera nella breve ora di libert che le era concessa, ritirata nelle sue stanze, poteva godere un poco di calma; quivi sola colle sue meste ricordanze, colle sue angosce, appoggiata al davanzale della finestra o seduta al pianoforte mentre le sue dita scorrevano macchinalmente sulla tastiera, pensava, pensava, ed esclamava fra s: Se mia madre sapesse come mi trattano qui, ella che mi crede s amata, s felice! E le pareva di vederla in un bel salottino intenta al lavoro colla vecchia nutrice che filava e il fratellino che studiava le sue lezioni; una serena pece spirava dal volto di quelle amate persone. Qui il cuore le batteva forte forte in petto. Se fossi anchio l con loro; essere guardata ancora con affetto, udire il suono di una cara voce che parla con amore, e vivere a casa mia, con mia madre... con mia madre; e le lagrime le colavano gi copiose quasi a insaputa. Povera fanciulla!
Intanto il tempo scorreva veloce; per la seconda volta essa vedeva giungere la bella stagione de fiori in terra straniera; per la seconda volta contemplava la natura aprirsi al sorriso con una lagrima di mesto desiderio. Il profumo delle rose delle viole, la lontana cantilena dei contadini affacendati nei campi, la rondine che volava a portare limbeccata ai garruli figliuoletti annidati sotto le tettoie delle case, avevano un linguaggio pieno di care e melanconiche memorie per lei. Ora sullimbrunire duno splendido giorno di maggio, ella godeva come il solito del suo momento di libert, sola, nella sua camera; stava seduta al pianoforte e suonava un pezzo mesto come il suo cuore, ladagio della sinfonia in re maggiore di Beethoven; ma i suoi occhi che si fissavano senza attenzione ora su un oggetto, ora su un altro, avrebbero detto a chi lavesse veduta, che il suo pensiero non seguiva allora le armonie della musica. Difatti ella sognava la madre, il fratello, la buona nutrice, la sua povera casa, il suo paese, lItalia... Visitava i suoi cari e li seguiva nelle occupazioni in cui figuravasi fossero intenti; visitava tutti gli angoli del suo luogo natio; e le vie conosciute e le sparse chiesuole e le case e le vaste praterie, e gli ameni colli, e i modesti abituri posti sul loro dosso o sulle loro vette; ricordava gli anni della sua infanzia quando suo padre la chiamava la sua piccina, e scherzava con lei, quando viveva in quel sontuoso palazzo ove tutti le facevano di cappello e non avevano di mira che di soddisfare a suoi desiderii; poi quando fu collocata in collegio e le amiche e le maestre e la direttrice di quel caro luogo, e quando poi compita leducazione veniva ricondotta a casa, e... Ma qui fu rotto il corso alle sue ricordanze; dalluscio lasciato aperto, vide entrare il marchese che non aveva veduto che una sol volta, dacch si trovava in quella casa; era un vecchio alto ed asciutto della persona, che si sarebbe potuto chiamare venerando se gli occhi infossati e sormontati da sopracciglia foltissime e naturalmente aggrottate, non gli avessero dato un aspetto di durezza e di alterigia che contrastava singolarmente colla sua canizia; si avanzava lentamente accennando delle mani ad Amina, la quale voleva alzarsi, che continuasse. Come fu giunto al pianoforte si arrest sui due piedi, si pose una mano sul petto e sporse il capo in avanti in alto di grande attenzione: Ancora, ancora! disse ad Amina quando ebbe finito; e il suo accento esprimeva un desiderio cos forte, cos angoscioso, che la fanciulla senza aggiungere parola ricominci ladagio; lanimo del vecchio pareva pendesse da quel suono: immobile; senza battere palpebra stette ad udire fino allultimo accordo; allora parve si svegliasse da un sogno; si pass la mano destra sugli occhi, si guard attorno, infine abbass il capo e mormor: Cos, cos, a Napoli tutte le sere e senza neppure volgere uno sguardo ad Amina usc per dove era venuto, lasciandola sorpresa, commossa. Con quella penetrazione che  propria della donna e specialmente della donna che ha sofferto, ella aveva letto sul volto del vecchio un animo provato dalla sventura, tormentato da qualche cura secreta. Quel signore deve aver sofferto molto, disse fra s e forse conduce una vita cos solitaria per celare agli occhi degli indifferenti un dolore che lo tormenta.
E qui Amina si sentiva spinta da una segreta simpatia verso quel vecchio misterioso; avrebbe voluto rivederlo e parlargli. Le circostanze non tardarono a fornirgliene il mezzo. Una mattina, che come soleva di quando in quando, se ne andava passeggiando soletta, mentre tutti di casa ancora dormivano, nel vastissimo giardino, giunse in un luogo appartato tutto chiuso da folti alberi, fin dove non era arrivata mai; vi entr e vi scorse nel mezzo una specie di padiglione fittamente coperto dai rami di piante parietarie; assalita da un vago timore stava contemplando quel luogo che aveva un mestissimo aspetto, quando le parve di udire una voce, come un gemito; si scosse meravigliata, spinse lo sguardo din fra le frondi e vide con suo grandissimo stupore il vecchio marchese inginocchiato davanti a un monumento di marmo bianco su cui sinnalzava il busto di bellissima fanciulla aveva i gomiti appoggiati al piedestallo, la testa abbandonata fra le mani e piangeva. Amina si sent correre un brivido per le vene, e stette ad osservare spinta da quella segreta simpatia che attira fra di loro gli infelici; comprese che il vecchio doveva sfogare in quel momento un dolore profondo e avrebbe voluto gettarsegli fra le braccia, piangere con lui, parlargli di Dio. Tutta presa da stupore e investita da mille affetti, non pens neppure a togliersi di l, sicch dopo alcuni minuti il vecchio alzatosi e aperto lusciolino che chiudeva il padiglione, fece due passi indietro sorpreso alla sua vista.
Voi qui, madamigella?... le disse bruscamente; ma vedutala in lagrime, soggiunse con minore asprezza: Voi piangete?...
Amina abbass gli occhi balbettando Io non sapeva... non credeva...
Non vha dunque mai detto nessuno che in questa parte del giardino non si pu venire? ripigli il marchese.
Nossignore; oh perdono!... soggiunse Amina.
Se fosse stato qualunque altro guai!... ma voi... voi non importa; voi dovete aver sofferto... e poi... ella aveva la vostra et, suonava come voi e Iddio me lha tolta, perch mi amava, perch lamava... Iddio mi ha maledetto.
Ah! esclam Amina spaventata a quelle parole e al modo con cui erano pronunciate Ah signore! non dite, non dite...
S, Iddio mha maledetto, perch ha voluto rapirmela, ed era lunica gioia che mi era serbata quaggi, era mia figlia...
Ci detto il vecchio senza pur salutarla, attravers il viale che conduceva al palazzo e vi entr, lasciandola sola sconcertata dalle sue parole, immersa in mille pensieri. Da quel giorno non vide pi il marchese, finch scorse tre settimane ne chiese al suo unico servo, vecchio come il padrone e come lui di poche parole e di modi risoluti.
Il marchese  ammalato da una settimana, le rispose quegli asciutto, asciutto. A quella notizia Amina si sent stringere il cuore come se si fosse trattato della malattia di uno de suoi cari: senza saperne il perch si era affezionata a quel vecchio misterioso, e la sera, salita nelle sue stanze, nellora del riposo, non pot restarsi dal desiderio di vederlo; buss leggermente alluscio del suo appartamento, ed invitata ad entrare, scorse il marchese adagiato sur una sedia a bracciuoli e avvolto in ampia veste da camera. Alla sua vista dapprima si sorprese, poi si rasseren in volto, linvit a sedergli presso, e
Desiderato qualche cosa, fanciulla mia? le chiese con un garbo che fece strabiliare il vecchio servo ritto dietro a lui, che da tanti anni non aveva udito il padrone parlare con quellaccento.
Nossignore, grazie gli rispose timidamente Amina ho sentito che sua signoria stava poco bene ed ho osato venirla a trovare.
Ah per questo, per questo siete venuta?... Voi dunque non avete dimenticato il povero vecchio che quindici giorni fa celebrava nel padiglione il decimo anniversario della morte di sua figlia?... eppure mai nessuno di casa bad alle mie pene; una straniera  la sola che mi mostra interesse. Ma voi le assomigliate;  il suo spirito che guida i vostri passi; ve ne ringrazio, buona fanciulla; avrete il conforto di rendere meno tristi gli ultimi giorni dun infelice. Amina piangeva; le parole del vecchio, avevano un non so che di desolato e di amaro che le straziava lanimo; avrebbe voluto dirgli tante cose, ma non pot balbettare che queste parole: Oh voi non morirete cos presto! Io pregher tanto Iddio!...
Iddio?... io pure lho pregato... e molto; ma non mi ha voluto ascoltare; lho pregato, perch mi lasciasse mia figlia, lunica gioia della mia vita!... e me lha rapita crudelmente! Mia figlia, mia figlia! quellangelo di dolcezza, damore e il povero vecchio si copriva il volto colle mani.
Di un tal angelo di dolcezza e damore non sar stata degna la terra, e Dio lavr voluta in Cielo, ove godr il premio delle sue virt osava dire Amina con voce commossa.
Il premio delle sue virt?... Oh essa lha ben meritato! Angelica di nome e di cuore, mia figlia, vedete, non sapeva che fosse male. Dacch sua madre spirando fra le mie braccia mi fece giurare che non lavrei lasciata un momento solo, ella visse sempre al mio fianco e mimbalsam quegli anni beati col profumo delle sue doti peregrine. Io solo fui il suo educatore, il suo amico; non viveva che per lei; per lei bambina, io mi feci fanciullo e divisi i miei giuochi, i suoi innocenti scherzi; non aveva desiderii, non aveva pensieri che non fossero per mia figlia. Ed ella cresceva bella come sua madre, ingenua e cara come un angelo; ma allet di diciassettanni le rose del suo volto cominciarono a sfiorire; si fece poco a poco pallida, silenziosa, svogliata; io notava quel cambiamento, ma non osava fargliene parola; un senso segreto di vago timore mimpediva di chiederle il motivo della sua mestizia. Un giorno la sorpresi nella sua camera che piangeva amaramente; me le accostai senza chella udisse i miei passi e la chiamai a nome; alla mia voce si scosse, mi guard dapprima meravigliata, poi mi butt le braccia al collo esclamando fra i singhiozzi: Perdono babbo! perdono! ed asciugandosi gli occhi e sforzandosi di sorridere ecco continuava accarezzandomi ecco, non piango pi; ritorno lieta!
Angelica! ma perch, perch vuoi tu fingere col padre tuo?... Non sono io forse pi il tuo amico, il tuo tenero amico?le chiesi io fissandola in volto quasi per leggerle in fondo del cuore.
Oh s, s babbo mio caro!... ma, vedi, io non ho nulla, proprio nulla!...
Hai nulla, e da qualche tempo sei tanto melanconica e silenziosa?... hai nulla e piangi?...
Sono ben strana, n vero babbo? anchio mi rivolgo sempre queste domande; ma... non so; ho qui qualche cosa, e si premeva il petto qualche cosa, come un peso, come una voce che minvita alla mestizia, al pianto!
La condussi ad una passeggiata per distrarla, e da quel giorno posi in opera tutto pur di divagarla, di vincere quella sua tristezza. E difatti ella mi sorrideva sempre, scherzava con me, minvitava a passeggio, progettava gite... ma che non comprende il cuore dun padre? Quella sua gioia, quel suo desiderio di giuochi e di spassi era apparente; era una pietosa finzione chella andava attingendo dalla generosit e dallamore figliale. Io intanto mi vedeva languire sotto gli occhi quellamata creatura e tremava... Due anni prima di morire, sua madre aveva fatto cos!
Angelica, come stai?... le chiedeva con ansia di tratto in tratto. Bene, benissimo, babbo mio e in conferma delle sue parole si metteva qualche volta a correre, ma doveva tosto arrestarsi palpitante, spossata. Un esperto medico, segretamente consultato da me, mi sugger di provare laria dItalia. Mia figlia era perduta, perduta, intendete?... lo stesso funestissimo male che mi aveva rapito la sposa minacciava allora di togliermi la figlia.
Oh quale strazio per il mio povero cuore?... Voi non sapete che cosa sia lo scoccare delle ore e il tramontar del sole per un povero padre che numera i giorni di vita che rimangono alla sua adorata figlia! Partimmo per lItalia, andammo a Napoli. Angelica amava il vostro paese e i suoi abitanti; laria mite di col produsse dapprima buon effetto; io sperai un istante; ma dopo sei mesi peggior; perdette le forze, fu obbligata al letto. Prevedeva la fine che lattendeva ma non aveva parole che di conforto e di speranza per il padre infelice. Mor fra le mie braccia... le sue spoglie giacciono l al padiglione e qui il povero vecchio, che a stento e con voce soffocata aveva pronunciate quelle ultime parole, abbass il capo, mentre due lagrime calavano ad irrigargli lo scarno volto. Indi a poco riprese: Cercai distrazione nei viaggi, visitai la Francia, lInghilterra, la Spagna, senza trovare conforto e riposo in nessun luogo. Era a Madrid quando mi fu telegrafato da Franckfurt, che lunico figlio di mia sorella era in fin di vita; ritornai qui ma non vi trovai che la vedova piangente ed i figli. Era una famiglia rovinata; offersi la mia casa alla vedova ed alle figlie, accett; leggiera ed ambiziosa nello sfarzo e nei piaceri trov presto un conforto alla sua perdita.
 qui da nove anni: ella vive da s, io da me; siamo come stranieri; ella non mi ama, mi teme soltanto per le mie ricchezze di cui potrei disporre a mio talento alla mia morte. Voleva che le sue figlie fossero educate in paese straniero; non lo permisi; voi foste chiamata, voi siete pietosa e buona, fanciulla mia, e quando suonate quelladagio che ella ripeteva tutte le sere a Napoli, si direbbe che la sua anima si trasfonde nella vostra.
Qui il tocco della mezzanotte si fece sentire flebile e triste; il marchese invit la fanciulla a ritornare nelle sue stanze, ed esclam salutandola mentre esciva di l: Con voi si pu piangere; voi dovete aver sofferto; e poi le assomigliate!... Amina ritorn nella sua camera pallida di commozione. La notte non chiuse mai occhio; limmagine del vecchio, la storia della sua sventura, il suo dolore profondo e sconfortato le stavano fissi nella mente e nel cuore. Sentiva di amarlo quel povero vecchio, rimproverava in cuor suo la noncuranza della marchesa a di lui riguardo, e desiderava di consolarlo, di rendergli meno amari gli ultimi anni della vita. Le pene del marchese trovavano uneco nel suo animo, perch essa pure sapeva che cosa fosse la perdita duna persona amata, e la scienza delle lagrime non  intesa se non da colui che ha pianto.
La sera dopo, mentre ellera ancora nel salotto della marchesa, ove si teneva come il solito brillante conversazione, il servo del marchese, dopo di essersi fatto annunciare, chiese ad alta voce alla signora in nome del padrone, il permesso che listitutrice salisse da lui. A quellinaspettata inchiesta, Amina arross di gioia, ma incontrato lo sguardo in quello della marchesa, vi lesse una tale espressione di dispetto, di sospetto e di rabbia, che ne trasal e nebbe a ricacciare in fondo dellanimo quel lampo di contento che le era per un istante apparso sul viso.
Madamigella, a quel che pare  riuscita a guadagnarsi linteresse del marchese esclam con mal celato dispetto e in aria di disprezzo. Egli chiede il mio permesso probabilmente per avere lonore della vostra compagnia; madamigella  libera di rallegrare la solitudine del signor zio, e le fece cenno che poteva partire.
Quelle parole piombarono una ad una sul cuore della poveretta, che ne impallid, ma non rispose parola, e con un dignitoso abbassar del capo salutati lei e i signori l convenuti, part seguita dal servo.
Non appena uscita di l ud uno scroscio di risa che veniva dal salotto; senza sapere il motivo di quellimprovvisa ilarit, si sent dare una stretta al cuore, alz la fronte in atto di nobile orgoglio, un amato sorriso di disprezzo le sfior le labbra, ed esclam fra s: Gli  perch sono sola, perch sono povera. Il marchese al suo arrivo le sorrise con benevolenza, linvit a sedere e le disse: Jeri sera vho raccontato cose ben tristi; ne dovete essere stata afflitta; scusatemi buona fanciulla, e poich voi dovete essere generosa, sappiate che quello sfogo mha fatto bene; fu il primo, fu lunico che mi sia stato concesso; mi ci avete costretto; me lavete strappato senza volerlo, perch... perch... le assomigliate!
Oh signore! voi mi rendete felice parlando cos; se mi fosse veramente dato di confortarvi un poco ne ringrazierei il cielo e mio padre...
Voi avete perduto il padre?... le chiese il vecchio guardandola con interesse.
S gli rispose saranno ora quattro anni e sollev gli occhi in volto del marchese; egli la guardava con tanto affetto, con tanta piet chella se ne sent intenerita, e le lagrime le spuntarono suo malgrado negli occhi. Aveva ascoltato con forza le amare parole della marchesa, aveva sostenuto con coraggio le risa che seguirono la sua partenza dal salotto, ed ora piangeva, perch quel vecchio laveva guardata con affetto e piet alludire la sua sventura.
Oh perch i dolci sentimenti di compassione e di simpatia strappino le lagrime bisogna bene trovarsi in triste condizione!
Iddio dunque  stato crudele anche con voi?... esclam il marchese con amarezza.
Oh signore, gli rispose Amina asciugandosi gli occhi, e sforzandosi di ricomporsi a calma Iddio  misericordioso sempre verso le sue creature. Quando mi rap il padre anchio lo credetti crudele, ma poi ho dovuto persuadermi che  stato invece pietoso. Se mio padre fosse vissuto avrebbe dovuto soffrire assai, per la diletta famiglia, forse per la figlia lontana; Dio previde tutto e lo chiam a s; chegli sia benedetto!
Il conte ascoltava con meraviglia quel linguaggio, per lui sconosciuto.
S, soggiungeva Amina chegli sia benedetto perch mio padre  ora felice, felice come vostra figlia...
Come mia figlia?... oh essa sarebbe stata felicissima anche quaggi con suo padre le ripigliava il vecchio crollando il capo e sorridendo amaramente.
E chi lo sa, signore?... chi sa se a vostra figlia non era serbata la stessa sorte di tante altre, una vita cio di affanni, di dolori continui?... E quando ne aspettano giorni s amari, non  forse piet lessere tolti dalla terra, lessere trasportati in cielo?...
Era la prima volta che il conte udiva un simile linguaggio, e per la prima volta il pensiero che sua figlia avrebbe potuto essere infelice, gli attravers la mente e gli mand in cuore un raggio di conforto. Partita Amina, egli and per lunga pezza meditando sui mali a cui si facilmente si va incontro nella vita; ricord i suoi dolori, le sue perdite, pens che a sua figlia spettavano forse simile pene e Dio  misericordioso sempre colle sue creature esclam fra se, ripetendo senza saperlo le parole di Amina. E una serena rassegnazione si faceva in tal modo a sua insaputa, strada nel suo animo, da tanti anni ripiegato sopra s stesso, pieno di sconforto, di amarezza.
Ormai la vista di Amina gli era divenuta indispensabile; la voleva spesso da lui, gli piaceva di udirla parlare, suonare, rammentare il padre perduto, la famiglia lontana, la patria.
In tal modo Amina aveva trovato un cuore che rispondeva al suo, e ci sarebbe stato per lei grande ricompensa al suo sacrificio; ma la marchesa vedeva di mal occhio che listitutrice fosse la benvoluta dallo zio, e con mille punture cercava di vendicarsene sulla poveretta. Giunse persino ad istigare le fanciulline ad antipatia verso listitutrice che sopportava tutto in silenzio, e a quellastio immeritato rispondeva col tentare ogni mezzo per guadagnare lanimo del marchese alla nipote e alle di lei figlie! Mai un lamento le usciva dalle labbra col suo protettore che avrebbe potuto imporre alla nipote; al suo animo nobile e generoso ripugnava lidea di diventare strumento di discordia, di disgusti. Ma ellera pure sensibile e dattimo troppo delicato per non soffrire crudelmente in quella triste condizione. Fino allora non le era mancato laffetto delle piccole allieve; ma anchesse ora cominciavano, per le istigazioni della madre, a vederla di mal occhio, ad amareggiarla in quei mille modi in cui riesce tanto bene il fanciullo quand inasprito da mali suggerimenti. E di tale cambiamento non  a dire quanto soffrisse Amina!...
Un giorno ella invit le fanciulline a fare con lei una passeggiata in giardino No, disse la pi piccola, non vogliamo venire, perch la mamma se ci vede con voi ci sgrida; voi siete cattiva, e noi vogliamo stancarvi perch vi si mandi via. Amina si sent dare una stretta al cuore a quelle parole nelle quali lesse chiaramente larte della marchesa, e andata nella sua camera diede in un pianto dirotto chera lo sfogo di un animo traboccante di disgusto e di amaro cordoglio: Ah io non posso pi vivere qui...  impossibile! mi fanno morire oncia ad oncia...; scriver a mia madre, torner in Italia... non posso pi vivere qui?... E nellimpeto del suo dolore, del suo giusto sdegno stava gi per scrivere a sua madre, quando un servo le port una lettera della medesima.
Laperse, vi butt sopra gli occhi ancora pieni di lagrime con avidit e fra le altre cose lesse queste parete: Tu sei un angelo e tuo, padre ti deve benedire perch per te sola io e tuo fratello e la vecchia nutrice godiamo duna modesta agiatezza. Tu sei un angelo perch hai asciugato le lagrime della mamma tua, perch offri modo a tuo fratello di portare un giorno come si conviene il nome della sua famiglia. Queste parole quasi per incanto calmarono Amina; si asciug il pianto ed alzando gli occhi al cielo: Non avr io dunque la forza di soffrire per mia madre?... esclam, e propose in cuor suo di trangugiare tutto con rassegnazione. La volont era ormai diventata s potente in lei, che il cuore e il sentimento vi dovevano sempre cedere. Dimor ancora sei anni in quella casa, sei lunghi anni durante i quali con una straordinaria pazienza giunse perfino a stancare la crudelt della marchesa, la quale prese a trattarla con unindifferenza che se le agghiacciava il cuore, la lasciava per in pace. Il marchese venne a morte in quel frattempo; Amina lassistette fino allultimo momento; ella era riuscita a guadagnare lanimo del vecchio alla nipote e alle figlie che furono poi le sole eredi delle sue ricchezze. Serene furono lestreme ore del vecchio; egli aveva tanto sospirato il giorno che lavrebbe ricongiunto alla figlia!... Amina sent vivamente la perdita del suo unico amico; fu la sola che lo pianse con sincero dolore, che lo ricord giornalmente. Comp leducazione delle sue allieve che seguendo lesempio della madre si erano abituate a una fredda indifferenza verso di lei, e finalmente allet di ventisei anni, ritornava in patria fra le braccia della madre in seno della famiglia.
Erano otto anni che non vedeva sua madre; su quel caro volto trov impressi i precoci segni della vecchiaia; il pensiero della figlia che per lei viveva lontana in paese straniero era stato ben angoscioso per la povera donna!... e i patimenti affrettano tanto let cadente!... Aveva lasciato il fratello ignaro fanciullo e lo trovava giovane assennato, ricco di cognizioni, sulla via di occupare un onorevole posto nella societ. La nutrice era ancora la buona vecchia di prima, tutta amore, tutta premura e tenerezza pe suoi padroni. Ad Amina pareva di sognare nel ritrovarsi fra quelle amate persone; si sentiva felice, dimenticava i lunghi anni di esiglio! Ma la famiglia aveva ancora bisogno della sua opera generosa; si diede dattorno per avere delle lezioni; la fama del suo sacrificio era conosciuta da molti. Parecchie famiglie la vollero educatrice delle loro figliuole, onde ella passava la maggior parte del giorno in questa o in quellaltra casa occupata nel dar lezioni di lingue straniere, musica e di disegno, e la sera in uno sguardo di sua madre, in un sorriso del fratello trovava largo compenso alla sua incessante occupazione. Ancora bella di quella mesta e direi quasi stanca bellezza che suol tanto interessare gli animi gentili, Amina fu chiesta in isposa da molti che ambivano alla sua mano; avrebbe potuto esser felice, ma non lo volle; il pensiero della madre e del fratello era in lei pi forte di quello della sua propria felicit. Fu per alcuni anni ancora il sostegno della famiglia; vide morire la vecchia nutrice di sua madre che la lasci benedicendola; vide coronati i suoi voti perch il fratello compiti gli studi ebbe un impiego lucroso ed onorevole merc il quale la madre non ebbe pi bisogno del soccorso della figlia. Allora Amina che non aveva fino allora gustata nessuna gioia allinfuori del segreto conforto che le prestava la soddisfazione di sacrificarsi intieramente per i suoi cari, allora dico, Amina divenne la madre del povero, la sorella dellafflitto, lamica dellorfano. Ma gli strapazzi durati, e pi di tutto le afflizioni morali che avevano finito collaffievolire la sua salute, ora, allet di ventinove anni minacciavano di troncarle la vita. Fu presa da lenta consunzione; conosceva il suo stato e ringraziava in cuor suo Iddio che la chiamava a s allora solo che la sua famiglia non aveva pi bisogno di lei. A vederla pallida e magra eppur sorridente, passeggiare a lenti passi in sul far della sera, appoggiata al braccio del fratello, era cosa che inteneriva e commoveva.
Visse un anno cos; poi col cadere delle foglie le mancarono affatto le forze; spir fra le braccia della madre e del fratello, spir col sorriso sulle labbra sicura che a chi ha sofferto quaggi  serbato in premio il cielo.
Sulla sua tomba sinnalza un angelo; segli potesse parlare direbbe ai fedeli: Chinate il ginocchio; qui giace uneroina.
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UN COLLEGIO FEMMINILE MODELLO.
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Un poco fuori duna graziosa citt sul lago di... sinnalza un grandioso fabbricato che doveva essere stato un antico convento, ma che ora  rimodernato in modo da non dare proprio nessuna idea del chiostro. E diffatti c un collegio femminile che quando lo visitai io, contava pi di ottanta educande, fra cui la figlia duna ragguardevole signora che ebbe la gentilezza daccompagnarmivi. Solo a vederla quella vasta casa, una mamma sarebbe stata invogliata a mettervi le sue creature.  posta ai piedi dun monte dal declivio dolce e verdeggiante, ed ha dinanzi un vastissimo giardino che con insensibile pendenza va a finire alla riva del lago. Quando centrammo era tempo di ricreazione, sicch tutte le alunne, pulitamente vestite di percalle a mille righe rosa e bianco su cui spiccava il candido grembialino, si divertivano in mille modi in giardino; a vederle quelle care e vispe creature, ballare sui prati, saltare la corda, dondolarsi sullaltalena e passeggiare sotto i viali, e chiaccherare riunite in crocchi, in gruppi, era cosa che vi ricercava tutte, vi ricordava gli anni della vostra infanzia, delladolescenza; vi metteva in cuore un sentimento di tenera letizia, quel sentimento che fa sorgere un sorriso sulle labbra e insieme fa spuntare una lagrima sul ciglio. Io, alla vista di quella scena che mi si present tutta dun colpo non appena ebbi varcata la soglia di un bel salotto che metteva in quella specie di Eden, restai l dapprima senza parola, indi non potei a meno di farne sentire il mio piacere alla Direttrice che ci accompagnava. Quella buona signora dellaria dignitosa ma piena di dolcezza, mentre le dama che era venuta meco, se ne stava conversando colla figliuoletta accorsa al suo arrivo, si offerse gentilmente di condurmi a visitare tutta la casa, cominciando dal giardino cinto allintorno da alti muri, alternato da prati e viali fiancheggiati alcuni da rubini e platani, altri ombreggiati da pergolati, e arricchito da alberi fruttiferi, da cespugli, da fiori e da una quantit di piante parietarie che tappezzavano leggiadramente i muri e parte delle pareti esterne della casa. Mi mostr le aiuole coltivate dalle fanciulle, facendomi osservare come quella ricreazione aggiungesse al diletto lutile dellesercizio ginnastico; mi disse come lei trovasse indispensabile lasciar svolazzare allaria aperta quelle vispe creature, che hanno bisogno di correre, di saltare, di gridare. Sopra tutto io bado alla salute delle mie educande andava dicendo, e come fummo sotto una bella allea fittamente coperta dalle frondi de platani, che intrecciandosi insieme vi rendevano quasi impossibile laccesso alla luce, Vede, continuava, qui le faccio condurre in questa stagione, una classe per volta, ad assistere a quelle lezioni che non hanno sempre bisogno di penna e di calamaio; perch creda pure, quello stare per due o tre ore continue inchiodate sul banco finisce collapportare due danni; prima di tutto, le si stancano, e una volta stanche linsegnante pu spiegar fin che vuole; tutto fiato perduto! e poi la salute ne soffre; lesperienza me lo ha dimostrato. Qualche volta anche, ed  questa una specie di premio, sovra lunghe tavole di legno, faccio loro preparare la mensa qua sotto; ed allora bisogna vederle quelle pazzerelle!...  una festa!.... Cos parlando con un interesse e un affetto materno indispensabili in una direttrice verso le sue educande, per un piccolo corridoio che partiva dalla casa, si giunse ad un tempietto di forma gotica, che sorgeva in un angolo del giardino, quasi completamente nascosto dagli alti e fronzuti alberi che lo circondavano. Centrammo; erano bianche le pareti e ornate di quando in quando da sacri dipinti; i banchi vi stavano disposti in bellordine, e da una celletta scavata nel muro al disopra dellaltare la statua in marmo della Regina dei Cieli, con un sorriso di celestiale bont e le braccia aperte, pareva invitare a fiducia ed amore: Senza andar fuori di casa, mi diceva la direttrice, qui si va in chiesa quando si vuole, e in primavera questa cappella si direbbe un giardino tanto le mie fanciulle vanno a gara nellornarla di fiori!... Escite di chiesa, entrammo nel salotto di lavoro, che metteva in giardino per mezzo di quattro usci invetriati; cerano disposte in due semicircoli tante seggioline su ciascuna delle quali posava il tombolo col lavoro delle allieve. Questo  il salotto da lavoro, continuava la gentile signora; le fanciulle ci vengono due ore al giorno dalle cinque alle sette lestate, e dalle due alle quattro linverno; il genere del lavoro  distribuito secondo let; tutte poi fin da bambine imparano a rammendare e a rattoppare le proprie cosuccie, perch la  questa, secondo me, un importantissima cosa per chi deve diventare un giorno madre di famiglia. E passando quindi dal salotto di lavoro in altre stanze, e in una pulitissima e spaziosa cucina ove tutto era disposto in bellordine, si giunse al refettorio. Figuratevi una sala lunga, rallegrata dalla luce che copiosamente vi piove per quattro alte finestre che guardano sul monte, e scherza sulle pareti dipinte a paesaggi, a chiesuole, a colline, a cascate, a fiori, a quelle mille cose insomma che contribuiscono tanto a rendere piacevole il soggiorno di una stanza; sopra dodici lunghe tavole di legno disposte simmetricamente lungo le pareti, stava preparata la mensa. Poich io ebbi mostrato alla direttrice il piacere che mispirava quellallegro refettorio, la mi rispose: Ho desiderato che tutte le stanze fossero liete, perch io tengo per fermo che lumore brioso o triste delluomo, deriva in buona parte dalla tetraggine o dalla letizia degli oggetti che gli ferirono il senso negli anni primi. Tommaseo  anche lui di questo avviso; lo dimostra in un suo brano sulleducazione, ove dice: Io per me la resistenza chi provo a manifestare con atti e parole la gioia degli affetti, e la pace dei pensieri lattribuisco in parte ai vetri tondi che rendevano uggiosa la casa fabbricata da miei avi ove nacqui. Io bado sopratutto a ci che le mie educande vengano su vispe di corpo e serene di mente, ond che le avvezzo allaria aperta, alla luce, ai venti del lago, per evitar loro anche quei malanni che sono propri di chi  abituato fin dallinfanzia a vivere in mezzo alle delicature. In quanto al mangiare hanno quattro pasti al giorno; la colazione, il desinare al tocco, la merenda alle cinque e la cena alle otto; il cibo vuol essere abbondante a questa et, ma non delicato; quando una vivanda non ripugna proprio, perch in tal caso lo sforzarle a cacciarla gi  cosa malintesa, mi piace che si avvezzino a non arruffare il naso su checchessia; perch lei sa bene, come sia necessario per noi donne principalmente, il vincersi nelle piccole cose; la sarebbe bella che oltre il resto si diventasse un giorno schiave delle cattive abitudini contratte in giovinezza! Come io trovassi saggio il parlare di quella donna non  a dire; basti lassicurarvi che, se avessi avuto una figliuolina, glie la avrei affidata subito, subito. Finito di visitare il piano terreno, per una bella scala riparata da una soda ringhiera, si sal al primo piano, ove cerano quattro dormitori, uno per classe; anche in questi laria correva pura e vivificante; due file di letti dalla coperta e dal parato a padiglione bianchissimi, vi erano disposti lunghesso le pareti; fra un letto e laltro, in uno spazioso vicoletto stavano il tavolino da notte e una sedia, e nel mezzo del dormitorio si trovavano i cassettoni situati a due a due e combaciantisi nella parte posteriore; nessuna stufa nei dormitori, linverno il letto non si scaldava neppure alle pi piccole; le coperte, i coltroni, e i pannilani indispensabili nella fredda stagione, dovevano essere soffici ma non pesanti; lacqua si usava fredda in qualsiasi tempo.
Difficilmente, continuava a dire la saggia signora, le mie fanciulle soffrono di geloni; procuro che pi che in altro tempo, quando fa freddo saltino e si esercitino in quei giuochi che tengono in movimento tutte le membra; e se allo volte a qualcuna cominciano a gonfiarsi le mani, per unico rimedio gliele faccio lavare e stropicciare bene colla neve; creda pure, non c di meglio. Passeggiando poi sul monte che  qui a due passi e arrampicandosi su di esso si cacciano dalle ossa il freddo, s che le vede in quella stagione che si trema, rubiconde e vispe come in primavera; vederle ingrullite dal freddo le fanciulle, sarebbe cosa che mi farebbe troppo male! Si visitarono poi le scuole, tutte stanze spaziose ove correvano a larghe onde le correnti dellaria e della luce, colle pareti ornate di belle e chiare carte geografiche, da quadri rappresentanti i fatti principali di storia sacra e profana e da ben disegnate tavole ad uso degli esercizi di nomenclatura; i mobili vi spiccavano per semplicit e mondezza; da tutto traspariva lordine pi accurato. Non c niente di lusso qui, mi faceva osservare la direttrice; non si bada che alla pulizia tanto giovevole alla vivacit dellumore; avvezzare locchio delle fanciulle al superfluo sarebbe un danneggiare alla loro educazione. Ciascuna lezione dura unora, e fra luna e laltra c sempre quindici minuti di riposo; cos variato lo studio delle diverse materie, riesce pi utile perch non troppo lungo, e la mente delle allieve, che ha riposato in quel poco di tempo si apre con maggiore facilit alle cognizioni che va ricevendo di mano in mano, senza fatica, direi quasi senzavvedersene. Ci detto mi condusse in lunghi portici che guardavano in un cortile per una fila di alte finestre, ove leducande facevano la loro ricreazione quando il tempo non permetteva di andare in giardino e infine data unocchiata alle scuole di musica e di disegno, si entr nel salotto destinato alle accademie, al teatrino, al ballo. Mi disse come tutti gli anni durante linverno, veniva nellIstituto una maestra da ballo perch le fanciulle fossero ammaestrate in quellesercizio utile per la ginnastica delle membra, e per la disinvoltura ed eleganza che ne viene al portamento.
Ritornata ove nattendeva la signora colla figliuoletta, mebbi la grata sorpresa di vedermi schierate dinanzi tutte quelle care e vispe creature, che con volto aperto ad un sereno sorriso, mi fecero un rispettoso inchino; dopo quello che maveva detto la direttrice riguardo al modo di tenerle, non mi meravigliai scorgendole quasi tutte paffutelle, rubiconde, robuste. A vederle poi circondare la loro direttrice e baciarsela, e riceverne con gioia le carezze, si capiva subito che le volevano bene, che lavevano in conto di seconda madre e quella rispettabile signora, che gongolava dalla gioia nel trovarsi in mezzo alle sue fanciulle, si volgeva intanto a me, dicendomi sottovoce: Vede, le stanno tutte bene, e tranne di qualche leggiera indisposizione, difficilmente cadono ammalate.
Partii di l col cuore rallegrato, e non potei restarmi dal dire alla signora che era meco. Mi congratulo con voi che avete la figlia in un tale Collegio, diretto da una tal donna, che sa cos bene collegare insieme colleducazione del cuore e della mente quella del corpo.
E qui fo punto alla mia cicalata nella quale non ho avuto di mira che una cosa sola, di mettere cio sottocchio alle mamme un collegio modello ove si preparano alla societ donne saggie, virtuose e robuste ad un tempo.
ENRICO E MARIA.
Enrico e Maria quando dopo vari anni di amore contrastato, riuscirono a dirsi sposi, erano tanto felici che la gente li guardava con invidia. Ora sono tre anni che vivono insieme e chi li conobbe prima non li direbbe pi gli stessi. Enrico ha perduto il buon umore che lo rendeva caro agli amici, e allorch ritorna dallufficio in luogo daffrettare il passo mano mano che avvicinasi a casa, lo rallenta e pare gli rincresca di rendersi l ove stanno sua moglie, la sua bambina.
E la Maria non si vede pi spiare dalla finestra il ritorno dello sposo; non si vede pi attenderlo sul pianerottolo della scala, sorridergli con amore, salutarlo con dolce accento e offrirgli per il solito bacio la fronte serena; ora, appena, appena lo guarda quando egli entra nel salottino ove la sta lavorando, e spesso laccoglie col viso lungo e senza far motto come chi si  bisticciati e serba il broncio. O qual dunque la cagione di tale cambiamento nei due giovani sposi?... quale ne  la cagione?  la bella creaturina che comincia a chiamarli Babbo e Mamma, che loro stende le tenere braccia dalla culla e pare li inviti a festa col suo continuo balbettare infantile i suoi mille vezzi, i suoi scherzi innocenti. Che il primo frutto damore possa portare malumore e discordia fra due sposi, parr strano a non pochi, eppure qualche volta la  cos. Quando il primo bambino assorbe i pensieri o il cuore della sposa fino a renderla dimentica del suo compagno, anzi fino a guardarlo con una specie di gelosia allorch il di lei idoletto gli va dimostrando affetto coi vezzi dellet, quando la giovane madre adora tutto nella sua creatura, le buone come le cattive tendenze, s che si adira col marito e lo chiama crudele se, meno cieco damore, cerca di rafforzare le prime e reprimere le seconde a prezzo di qualche lagrima subito tersa, quando, dico, succede cos, il primo frutto damore non pu a meno di portare malumore e discordia fra gli sposi. E la felicit di Enrico e Maria cess appunto colla nascita della vaga bambina che pur avevano tanto sospirato insieme... Da quel d la giovane sposa non ebbe pensieri, non ebbe cure che non fossero per la sua creatura; se il marito la pregava di fare una passeggiata con lui, di rendersi con lui a un divertimento, a un convegno, aveva sempre l pronto un rifiuto che suonava amaro ad Enrico come lei tenerissimo della bambina, ma non esagerato nel suo affetto paterno!... Il povero giovane che amava sempre Maria come il giorno che la disse sua, cominci a notare con dolore come laffetto di madre scemasse nel di lei cuore lamor coniugale, e non  a dire con qual dispiacere si rassegnasse alla privazione di quelle mille piccole attenzioni chera solito ricevere da lei. Da qui le osservazioni seguite sempre da qualche parola amara che suggellava spesso per giorni interi le labbra ad ambedue, e tratteneva il padre, col freno dellamor proprio offeso, dal baciare e dal vagheggiare linnocente causa di quei diverbi. Col crescere della bambina crebbe il malumore; la pi piccola contraddizione con cui Enrico tentava di vincere i difettucci della fanciulletta, era subito seguita dalle lagrime della madre e quel ch peggio da quelle stesse della figlia che non appena cominci a comprendere un poco, diessi a guardare la madre come protettrice, il padre quale tiranno. Ed Enrico soffriva, soffriva assai; ma troppo tenera delleducazione della figlia per permettere tranquillamente che la moglie landasse guastando col suo malinteso amore, n volendo comperarsi la pace domestica a prezzo di una debole indifferenza alla riprovevole condotta della compagna, cominci ad assentarsi di casa pi che gli fosse possibile. E Maria allora a lagnarsene con lui, a chiamarlo trascurato della famiglia, a ripetere insomma le tristi scene che da due anni avevano rapito la pace allanimo dentrambi. E in tal modo la vaga creatura che doveva vincolare pi fortemente i loro cuori, li va invece disgiungendo, vi va seminando indifferenza, avversione.
Povera Maria!... contemplare la tua bella creatura soavemente addormentata nella culla e non poterne baciare la limpida fronte senza la cura penosa che per essa sorse discordia fra te e il tuo sposo!... vedertela scherzare dattorno e non poter sorriderle senza il cruccioso ricordo dellultima contesa avuta per cagione sua col padre di lei... scoprire in essa mille piccoli difetti e dover dire  colpa mia!
Povera Maria!... ma non pensi mai alle funeste conseguenze del tuo procedere? Il tuo sposo che non trova pi la pace e la felicit fra le domestiche mura, gi comincia a cercare altrove distrazioni e piaceri; presto diverr straniero alla sua casa, indifferente a te, a sua figlia; questa secondata dalla tua fatale debolezza in tutti i suoi capricci, crescer caparbia, viziata per farti piangere un giorno a lagrime amare la tua cieca tenerezza, forse per rimproverare a te le crude lotte che dovr pur sostenere, per vincere le male tendenze lasciatele radicare in cuore senza resistenza di sorta e tu senza la stima del marito, forse senza quella della figlia... Oh gli  triste lavvenire che si attende se continui di questo passo; gli  unavvenire di rimorsi, di lagrime; ch santo dovere della sposa  di formare la felicit del compagno che sceglievale amore, e guai alla donna che lo dimentica!
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NON DIRLO PI.
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La signora Camilla, ricchissima dama, che ha nome dingegno elevato, passeggiando un mattino soletta nei dintorni della sua villa si trov senza avvedersene, di fronte al cancello del Camposanto dun vicino paesello. In qualunque altro momento si sarebbe affrettata a togliersi da quel luogo s triste; ma vhanno giorni in cui anche il cuore del pi felice mortale si sente inclinato a mestizia, a quella mestizia che ti rende uggioso il brillante conversare, ti spinge a gustare il diletto dunora di silenzio a compiacerti di tutto che spira tristezza. E Camilla, a cui natura era stata larga di mille doni, che era la regina della famiglia, lidolo della societ, aveva pure i suoi giorni di melanconia. Quel mattino era sgusciata anzi tempo dal letto, e colla lunga chioma debano raccolta in elegante reticella e una bianca vesticciuola succinta, era uscita non vista dalla villa popolata in quella stagione da una quantit di parenti e damici, e per i serpeggianti viottoli dei campi via via fin dove labbiamo trovata, davanti al cancello del Camposanto. Fra le tombe di quellultima santa dimora contrassegnate alcune da povere croci di legno o di ferro irruginito, altre da una ghirlanda di semprevivi, altre ancora da una sola pietra, ve nera una su cui sorgeva un fiorito rosaio tutto chiuso allintorno dalla simbolica pervinca; dal gambo di quel rosaio pendeva una lucernetta accesa, e l presso inginocchiata se ne stava immobile una bionda giovanetta vestita a bruno colle mani giunte, lo sguardo al Cielo, il sorriso sulle labbra. Strano contrasto! il sorriso colla tomba, la rosa vermiglia col pallido lumicino! Camilla fu colpita a quella vista, stette a contemplarla alcun poco dallinferriata del cancello; una lagrima inavvertita le spunt a prima giunta sulla nera pupilla, ma lasci tosto luogo ad unespressione damarezza e di disprezzo che avrebbe agghiacciato il cuore di chi lavesse notata. La fanciulla in quel frattempo si alz, spicc un fiore in boccia dal rosaio, lappress alle labbra con religiosa tenerezza e sincammin per uscire... Giunta al cancello si incontr in Camilla che riconobbe tosto per la rinomata signora della villa vicina, di cui il nome al suo paese era pronunciato con grande rispetto, come quello di persona di molto merito, di non comune ingegno. Arross nel passarle davanti e stava per balbettarle il buon giorno, con quella peritanza un po schifa proprie delle fanciulle dei villaggi, quando Camilla la interrog:
Che facevi tu col inginocchiata?
Pregava mio padre; oggi  lanniversario della sua morte; rispose la fanciulla con modestia.
Pregavi tuo padre? e dove credi tu chegli sia tuo padre?
In paradiso, signora; cos la fanciulla un po maravigliata a quella domanda.
Eh via pazzerella! che parli tu di Paradiso?... Colla morte tutto finisce. E sallontanava lasciando lorfanella con tanto docchi e tutta stupita a quelle parole.
Colla morte tutto finisce!... Ed ella avea sempre sentito dire che luomo quaggi  un pellegrino che ha per meta del suo viaggio il cielo; aveva sempre sentito dire da tutti e principalmente dal Pievano del suo paese che bisogna essere buoni per meritarsi il premio di una vita di gaudio eterno lass col Signore e co suoi angeli. Suo padre le aveva insegnato fin da bambina ad invocare la benedizione della mamma che non aveva conosciuta, e prima di morire le aveva detto fra le lagrime di non desolarsi chegli lavrebbe guardata dal cielo, le avrebbe sorriso se si fosse sempre mantenuta laboriosa e saggia. E quella signora laveva chiamata pazzerella per averle risposto che suo padre era in Paradiso; le aveva detto che colla morte tutto finisce. Ed era cos saggia quella donna, ne doveva saper tante di cose! certamente pi di lei, pi di tutti gli abitanti del suo villaggio!...
Povera fanciulla!... Dacch lamato genitore laveva lasciata, non aveva mai avuto altro conforto da quello in fuori di pensare chegli la vedeva e lamava ancora; quante volte dopo aver durato lintero giorno sul lavoro, standosene la sera appoggiata al davanzale della sua finestruccia si rallegrava tutta nella certezza chegli lavrebbe benedetta perch sentiva di non aver deviato per un filo dalla via da lui additatale!...
E quel giorno ritorn a casa col cuore tutto chiuso in s; per la prima volta in sua vita guardando il cielo dubit che suo padre non vegliasse su di lei; per la prima volta in sua vita sent correrle per lo vene unamarezza indefinita, si sent sola, troppo sola, infelice, e pianse dirottamente. Dallora in poi lorfanella fu veduta pi pallida del solito, una cupa tristezza si diffuse nel suo volto, su cui gi spiccava la serena, la santa rassegnazione; la svogliatezza la prese; trov la sua vita troppo meschina, vani desideri lassalsero, lasci morire il rosaio che aveva piantato sulla tomba di suo padre, che aveva gi formato loggetto di tutte le sue cure! Tanto male avevano fatto le parole della signora Camilla a quellanima innocente! e forse avrebbero strascinato la povera orfanella chiss a qual triste passo, se unottima donna, che aveva notato in lei quel cambiamento, non lavesse indotta a versare nel suo la piena del di lei cuore, non le avesse strappato dal seno il crudel dubbio che le avvelenava la vita.
Colla morte lutto finisce!...
Oh se Iddio non tha finora privata de tuoi cari, poich per reggere a tal pensiero non bisogna averne pianta la perdita, se tu sei tanto avventurata da vedere ancora il dolce sguardo di tuo padre e di tua madre posarsi amoroso su di te, da godere la tenerezza duno sposo, da bearti nel sorriso di tutti i tuoi figliuoletti, abbi piet di chi fu provato dalla sventura e non dire pi: colla morte tutto finisce.
Non dirlo allorfana che dalla tomba materna solleva al cielo la pupilla lagrimosa e poi labbassa con un sorriso; non dirlo alla vedova che stringendo la destra del morente compagno lud dirle fra il pianto: a rivederci lass; non dirlo alla giovane sposa che mirando la culla vuota della sua bella creatura si riconforta pensando:  un angioletto del Paradiso; non dirlo alla forte veneranda, che conta fra i martiri il figlio valoroso che la lasciava sola per volare alla difesa della patria, per morire per essa; oh, non dirlo, non dirlo pi!... il veleno di tal dubbio fatale non lo versare nel cuore dello sventurato, non toglierli il suo unico conforto, la pia, la santa credenza di un migliore avvenire coi cari perduti; non rapirgli colla speranza della benedizione del morto genitore, la forza di sostenere con nobile rassegnazione i mali della vita, la forza forse di preferire, e privazioni e disagi al delitto, allinfamia. Lascia, lascia la fede al misero, e a te cui ora tutto sorride, il cielo conservi sempre le persone del cuore; ch senza la certezza di rivederli lass come potresti sopportarne la perdita s vero che li ami?...
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RIPOSA!
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La casetta bianca che, come bella romita, sorge in vetta duna delle pi amene e pittoresche colline della Brianza,  tutta chiusa; il viale fiancheggiato da cipressi che di lass conduce al sottoposto villaggio,  deserto; solo di quando in quando un bel levriere esce correndo dal tugurio dun contadino, e la coda fra le gambe e le orecchie dimesse, lo percorre dun tratto fino alla casetta, ove si arresta ululando e mugolando s che pare ne pianga la solitudine.
Le fanciulle del villaggio da alcuni d non rallegrano pi la quiete di quei luoghi coi loro canti camperecci, ma raccolte in gruppo sullerba stanno intrecciando in ghirlanda mortella e fiori di prato, e pare non osino guardarsi n scambiarsi parola. Poverette! quando, or hanno appena cinque giorni, udirono i lenti rintocchi della campana de morti, si aggrapparono alle gonnelle delle madri loro e diedero in uno scoppio di pianto; le madri mormorarono una preghiera con una lagrima sul ciglio e i rozzi contadini cercarono invano di nascondere lemozione che tradiva un sentimento di dolore. Eppure se quella buona gente avesse potuto far capolino in una delle pi semplici camere della casetta bianca, avrebbe veduto che la campana de morti era salutata come la voce dunamica da chi moriva, avrebbe veduto la bella abitatrice della collina sorridere a que lenti rintocchi, a guisa di chi spera, volgere uno sguardo pieno di conforto alla donna e al sacerdote che soli erano ivi ad accogliere il suo estremo anelito, fare un ultimo sforzo per articolare una parola che le moriva sulle labbra, baciare una ciocca di neri capelli che stringeva nella destra e trarre dal petto un profondo sospiro era lultimo!
Gli angeli invisibili calarono gi in schiera dalle superne ragioni ad incontrare quellanima che, quale colomba, spiegava desiosa le ali verso loro; l non rimaneva che la sua spoglia ancora palpitante bellezza e giovent!... gli occhi gi vaghi di languida espressione erano chiusi; le folte e lunghe ciglia ombreggiavano le pallide guancie e la bocca semiaperta al sorriso lasciava vedere i bianchissimi denti, mentre la ricca chioma corvina divisa al sommo della fronte le scendeva gi morbida e liscia a dar risalto alle eburnee spalle; a vederla si doveva dire riposa! E riposava davvero.
Non vi attristate dunque buona gente del villaggio; la bella abitatrice della collina che amaste quale generosa benefattrice, riposa, riposa finalmente.
La morte non  per tutti una nemica, non per tutti  la cruda tiranna che senza piet invola allamore, alle speranze, alle delizie della terra. Vha chi la saluta amica pietosa, sospirata liberatrice di guai, che offre nel suo seno riposo. Nel suo seno!... la tomba! S, la tomba che  la calma dopo la tempesta, il letto ove la beata dimenticanza non teme il brusco, amaro ricordo dello svegliarsi; la tomba col suo silenzio, colla piet dei viventi che prima o non si curavano di te, o notavano i precoci segni che sventura tavea impressi in volto, per agghiacciarti il cuore con una fredda piet, per interessarsene forse con maligna leggerezza, per farne argomento di garrula, stupida conversazione, per dirti pazza! la tomba colla sua speranza di una vita migliore, col suo invito al ritrovo dei cari perduti, colla sua dolce certezza di raggiungere o precedere per poco la persona amata! Oh la tomba  davvero riposo per chi ha sofferto, la campana de morti  segno di pace per chi visse lottando. Non piangete dunque, buona gente del villaggio, essa riposa; era cos stanca! aveva vissuto tanto in cinque lustri!
Da tre anni solo abitava quei luoghi; prima nessuno laveva veduta mai da quelle parti, ed anche allora non si sapeva di lei pi in l del nome, Ester. Allaccento, che era pur quello della donna, unica sua compagna e servente, pareva straniera; ma quale fosse il suo paese e il nome di sua famiglia era mistero; mistero la mestissima espressione del suo volto, mistero perfino le beneficenze che proffondeva a larga mano ai poveri ed ai fanciulli del villaggio. Tutti avevano notato che vestiva sempre a bruno con austera semplicit, che ad unico ornamento le pendeva sul petto un medaglione con una ciocca di capelli nerissimi e che passava le ore intere seduta sotto gli alberi della collina sola col levriere accovacciatole ai piedi. Questultima circostanza aveva dato luogo a credere ad alcuni chella si beasse delle bellezze che a natura piacque spargere generosa in quel benedetto angolo dItalia; ma se lavessero ben osservata non lavrebbero pensata cos. Ch le meraviglie ondera circondata non diradavano per nulla il velo di tristezza che aveva ognora diffuso in volto; il suo sguardo si arrestava senza attenzione, sulle pi belle e pittoresche scene, ed il labbro non le si apriva al sorriso alla vista dun bel tramonto che col suo purpureo manto pare ti dica spera, n a quella delliride che colla veste a vaghi colori appare dinfra le nubi quasi invito per chi soffre a un raggio di conforto.
Quegli spettacoli solenni nella loro semplicit che parlano con linguaggio potente del supremo Fattore, non avevano favella, non avevano espressione per la mesta abitatrice della collina; si sarebbe detto che, accasciata sotto il peso duna memoria funesta, non avesse cuore che per sentirla, mente che per richiamarla a tutte lore. Ma la reale causa della sua mestizia nessuno la sapeva. Era il desiderio dei genitori perduti?... era una passione ?... era il rimorso di una colpa?
No, era il disinganno; il disinganno dun povero cuore innocente che si era aperto alle dolcezze di un amore santo e puro, che si era abbandonato a un sentimento di nobile fiducia e che per tanti anni avea accarezzato il bel sogno duna vita beata con colui che stimava pi ancora che non amasse era il disinganno dun povero cuore che dopo molto tempo di affetto e di stima, scopriva nel suo idolo un vile seduttore. Vhanno creature in cui virt stessa infuse lalito vitale; animate da questa figlia del cielo, incantano gli uomini nella bella et in cui si  felici ignorando ogni cosa, e li innamorano nella troppo bella e pericolosa giovent. Sono gemme preziose e delicate che brillano de pi vivaci colori, finch non ti attenti di appanarle col fiato; sono vaghi fiori che mandano lolezzo del pi soave profumo finch ti astieni dal toccarne la delicata corolla, sono ruscelli limpidi e chiari finch non ne sconvolgi londa cristallina con mano profana; sono creature per cui il male suona favola, la vilt invenzione bizzarra, legoismo cosa che non esiste; virt le acceca, non sentono, non amano che per essa. E queste creature dovrebbero essere unicamente accostate da chi con tatto squisito, ne sapesse apprezzare, e altamente rispettare la delicata angelica natura; ch, se per mala sorte il vile le vagheggia e si fa amare come tipo di belle doti, il suo togliersi della maschera, pi infame ancora della sua stessa infamia, segna un disinganno orribile, una sfiducia completa per tutto e tutti, e non di rado la morte.
Ester aveva amato per tanto tempo di quellamore che mentre ti rende capace di qualunque sacrificio per la persona del cuore, ti rende altres schifo degli slanci appassionati, delle esagerate dimostrazioni. Orfana e sola al mondo aveva concentrati affetto e speranze in lui solo che soleva chiamare coi dolci nomi di amico e fratello. Quante volte nel silenzio della sua cameretta aveva sognato con timida esultanza una modesta casa arricchita daffetto, ove il mondo si riduceva per lei a un essere solo, le feste a uno sguardo, a un sorriso. Povera orfana!..., e chi possedeva il suo cuore cos nobile cos ingenuo, era un seduttore, un vile che ne fece trastullo; era un seduttore, un vile?..., e lei che lo aveva stimato tanto!
Fugg il luogo del disinganno e cerc alla solitudine, alla natura la pace perduta, la vita che si sentiva sfuggire colla rovina delle sue speranze. Ma la solitudine e la natura non potevano occupare un cuore gi traboccante di amaro cordoglio. Divenne la benefattrice del povero, laiuto dei fanciulli; ma la soave compiacenza del giovare ad altrui non era per lei che passeggiera distrazione. Iddio ebbe piet di quella povera infelice, la chiam a s; breve fu la sua malattia e senza pene; quando comprese di essere in fin di vita, sorrise in atto di riconoscenza levando gli occhi al cielo, mormor la preghiera ormai venutale abituale perdona! baci anche una volta la ciocca di neri capelli che pendevale sempre sul petto e vol l ove lanima travagliata trova riposo.
Oh s, riposa bellangelo che passasti come visione sulla terra, e ripeti ancora lass quella tua preghiera perdona!... ripetila, perch tremenda devessere la punizione che Dio serba a chi si fa giuoco dei cuori delle sue creature, e il miserabile che s tingannava non ha duopo daltro castigo; il rimorso lo tormenta, lo strazia. Il rimorso?... una voce cupa e solenne che ti parla a tutte lore in ogni luogo la colpa commessa, che ti descrive a neri colori linfelicit di chi tradisti, che li chiama miserabile, che ti agita i sonni, ti fa temere la solitudine! Oh per lamore che ti leg in terra a quellinfelice ripetila ora quella preghiera perdona!
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GIORNALE DUNA FANCIULLA.
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2 Settembre.
Pi savvicina il giorno di lasciare il collegio e meno sento quella gioia che prima mi ricercava tutta al solo pensiero di ritornare in famiglia. Forse gli  perch dopo otto anni che sono qui circondata dalle solerti cure delle istitutrici e dallaffetto delle compagne mi sa male di lasciarle. Per il dispiacere dallontanarmi da tante persone dilette lho pur sempre sentito ogni qualvolta pensava, che compita leducazione, sarei ritornata a casa; ma gli era allora un dispiacere che la cedeva sempre al contento di rendermi di nuovo in seno della famiglia, presso mio padre, e di rendermivi colla mia Lisa, la mia cara sorella, che ha tre anni meno di me, ma che mi fu sempre di pari nello studio. Ora invece non so proprio adattarmi allidea di lasciare il mio istituto, e la vita che maspetta a casa non mi sorride pi come prima. Mi sento in cuore un non so che una voce, direi quasi, che mi dice certe cose, certe cose... il Cielo mi guardi dal confidarle a qualcuno! mi si chiamerebbe fantastica come la Nina che s fitta in capo di morire a diciottanni. Oh se avessi ancora mia madre, la mia povera madre che non ho conosciuta e che avrei tanto amata! Mille volte felice mia sorella che potr gioire dellaffetto della sua ma io, io le sar sempre figliastra.
6 Settembre.
Perch mai la superiora questoggi mi tenne lungo discorso sulla rassegnazione?... perch la mi venne fuori col dirmi che gli  duopo io mi prepari ad aspettare con fermezza e serenit il male che sincontra nella vita?... Nella vita dunque  proprio indispensabile il soffrire, certa la sventura?... Eppure le mie compagne che lasciarono il collegio lanno scorso e laltro ancora, nelle loro lettere mi dicono le gran belle cose, non la finiscono dal parlarmi della loro felicit. La direttrice avr tenuto anche con loro il discorso che fece a me stamattina?... oppure Dio mio! in quante congetture non mi perdo mai! Non so perch, ma ora temo il momento di ritornare a casa. E la mia Lisa che affretta tanto col desiderio quel giorno, che fa tanti castelli in aria per quando saremo in famiglia, che sogna tante cose ridenti!... Ma perch sono io cos tutta piena di timori?... Babbo nella sua lettera di ieri non parla che del suo contento di averci presto con lui; Mamma sta bene e ci manda a dire che non le par vero che venga il primo di Ottobre. Perch dunque mi cruccio senza ragione?
20 Settembre.
Sono sgusciata dal letto questa mattina che non erano ancora le sei; mi son vestita in fretta e sono andata in giardino per continuare il mio ricamo che deve essere presentato agli esami. Lisa non mha sentita; lho lasciata che dormiva tranquillamente; poveretta! ha tanto studiato ieri! Mi sono posta a sedere dietro la collina sullerba e me ne stava tutta intenta a frastagliare gli smerli della pezzuola, quando Giacobbe, il vecchio giardiniere che andava raddrizzando le pianticelle delle aiuole, mi si appress e
Gli  dunque vero, Signora Virginia, che questanno se ne va?... Quando laltro giorno la cuoca mia sorella, me lo disse sono restato di stucco. Che?... andava dicendo fra di me mi pare ieri chera cos alta e colla mano segnava una breve distanza da terra quando soleva venire in giardino a saltellare per i prati, a cogliere fiorellini, a divertirsi colla carrozzetta! ed ora ha gi compiuta leducazione, e se ne va come tutte le altre che mi ero avvezzato a vedere e ad amare; Giacobbe, Giacobbe! gli anni passano pi presto di quello che tu creda; pensa un poco quante volte hai dovuto piangere quando quelle Signorine che avevi vedute crescere ti venivano a dire addio!
E in cos dire lottimo vecchio lasciava cadere una lagrima sulle sue guance rugose e abbronzite dal sole. Non gli seppi rispondere neppure una parola, tanto mi sentii il cuore stretto dal dispiacere; ho sempre voluto bene io al buon Giacobbe, ed allora il pensiero che forse non lavrei riveduto pi, mi faceva male come se si fosse trattato dun parente. Bisogna dire che leccellente uomo leggesse sul mio viso quella commozione, perch asciugatosi le lagrime col dosso della mano, ritorn a suoi fiori senza dirmi pi nulla. Io stetti l seduta una buonora, poi feci una visita alla mia aiuola; cari i miei fiori, sono cos belli e rigogliosi!
30 Settembre.
Stamattina ci furono gli esami; che trionfo per la mia Lisa! aver ottenuto il primo premio? oh davvero, in quel momento non pensai neppure alle mie distinzioni in musica, in disegno e lingue straniere, tanto la gioia della mia cara sorella mi assorbiva tutta. Oh come andr orgogliosa la mamma della sua Lisa che unisce a una s rara bellezza tanto ingegno! Io non sono avvenente ne ho lingegno di mia sorella, ma pure oso sperare che mamma non sar malcontenta di me. Le vorr tanto e tanto bene che non potr lamentarsi della mia inferiorit riguardo a Lisa come quando eravamo bambine, e soleva sempre lagnarsi perch io non aveva il garbo e la gentilezza che rendevano lei s cara ad ognuno. Ed aveva ragione; io era cos goffa colla gente che usava a veglia, mi sentiva cos imbarazzata nel fare il mio dovere, nel rispondere alle interrogazioni di quelle persone e nello stare con loro! E dire che quel caro Babbo non voleva mai sentire la Mamma rimproverarmi, e soleva esclamare che non fanno mica di bisogno tante leziosaggini per diventare donne per bene.
1 Ottobre.
Domattina Babbo verr a prenderci; lascier dunque per sempre la mia Direttrice, le mie Maestre, le mie dilette compagne; lascier per sempre questa cara cameretta ove passai di s belle ore con Lisa, colle mie amiche!... Oh! addio il mio collegio; addio bei giorni passali fra loccupazione e il ricreamento! Io mi rendo in seno alla famiglia e non dovrei essere cos triste. Eppure salutando il mio caro collegio e tutto che amo in esso mi pare di dare un addio alla felicit!
4 Ottobre.
E forse non mi sono ingannata. Babbo venne a prenderci il giorno fissato ed eccoci a casa da tre d.
Chiss, diceva la mia Lisa lultima sera che fummo in collegio nello spogliarsi, in che bella carrozza verr a prenderci Babbo! chiss che bei cavalli, che elegante livrea avranno i nostri servitori! Te lo ricordi Virginia come a Mamma piacevano le belle carrozze? oh non mi par vero di ritornare in quella bella casa, di camminare sui morbidi tappeti di quei salotti riccamente ammobigliati, di portare vesti di seta allultima foggia, cappellini piumati, di fare e ricevere visite, di usare ai festini, a teatro, insomma di vivere da Signora come la Mamma! Vedrai Virginia, vedrai che bella camera avremo, non mica come questo bugigattolo; la cameriera ci pettiner, ci vestir, sar sempre ai nostri ordini; avremo finito da farci da serva come ora. Oh non vedo proprio lora di giungere a casa! E cos andava pregustando tanti piaceri immaginari. Povera Lisa! ella era nata per una vita di godimenti;  tanto bella e cos piena dingegno! Io invece che sono s poca cosa, mi accontenterei di molto meno; nellaffetto delle persone che amo, ecco, ecco ovio troverei la felicit!
Laddio che diedi alle care persone del collegio fu per me dolorosissimo; baciai tutte le compagne e le Maestre, e quando la Direttrice mi strinse al seno diedi in uno scoppio di pianto. Coraggio, coraggio la mia Virginia, ricordati di me, e in qualunque circostanza sta certa che nella tua Direttrice troverai un cuore di madre. Ottima e carissima donna! forse sapevi che ben presto io avrei avuto duopo di pensare alla tua tenerezza per confortarmi. S, per confortarmi, ch la tristezza che gi maveva oppressa in collegio non era giuoco o della fantasia, era presentimento. La mia povera Lisa aveva sognato immaginando le gioie che andava accarezzando in pensiero. Ben diversa doveva essere la realt che laspettava.
Escite dallistituto, dopo un poco di cammino ci fermammo davanti a un modestissimo albergo, nel portico del quale ne stava attendendo un meschino calesse di campagna tirato da un povero ronzino dal capo umilmente rivolto a terra; in cassetta era gi seduto Menico il vecchio giardiniere di casa. Babbo ci aiut a salire e, poi sal lui stesso e si assise davanti a noi fra un gran paniere coperto e vari fardelli. Tolto questo mi parve un po strano, ma non me ne sarei afflitta per certo se guardando Lisa non lavessi veduta tanto meravigliata, avvilita. Poveretta! aveva vagheggiato una bella carrozza, cavalli arabi, servitori in elegante livrea! Per non disse nulla a Babbo temendo forse di venire al fatto di ci che gi cominciava a temere. Io pure non avrei toccato quellargomento per tutto loro del mondo. Babbo ci pareva avvezzo a quel modo un po strano di viaggiare, tanta la sua tranquillit era imperturbabile e le parole che di quando in quando ne volgeva, come al solito, piene di tenerezza e di brio. Quello che io abbia provato in quel viaggio di sei ore non lo saprei ridire; erano mille gli affetti di cui mi sentiva pieno il cuore; ci che minteneriva per era il disinganno della mia povera Lisa che stava l rincantucciata e mi guardava con quei suoi neri occhioni velati di pianto... Finalmente la carrozza si ferm davanti una bianca casetta in mezzo ai campi un poco fuori dun paese di cui non aveva mai sentito il nome. Eccoci, disse Babbo saltando a terra e diede la mano a me ed a Lisa per aiutarci a discendere. Sulluscio di casa Mamma ne stava attendendo; era pallida e dimagrata s che al primo vederla non potei restarmi dal fare un passo indietro; ella aperse le braccia a mia sorella che si batt fra quelle ed ambedue diedero in un dirotto pianto. A quella vista mi sentii io pure inumidire gli occhi; ma levato lo sguardo incontrai quello di mio padre che colle braccia conserte al seno aveva il volto composto a una tale espressione di dolore e insieme di disprezzo che non dimenticher mai.
Anche tu, mi disse sempre fissandomi in volto senza scomporsi e spiccando lentamente le sillabe, anche tu ti chiamerai ora infelice perch non ti sar pi dato come quando eri bambina di nuotare nella ricchezza?... Eppure la Direttrice mi fece tanto sperare da te.
Oh Babbo mio! gli risposi circondandogli il collo colle braccia. io sono felice dove sei tu, la Mamma e Lisa. Ma vedi come le sono afflitte!...
Ah!  dunque per esse e non per te che piangi?.. a te non ispaventa dunque come a loro una vita modesta condotta in campagna, lontana dal chiasso e dai divertimenti della citt?
Oh! Babbo che dici mai! s io che Lisa siamo liete dessere teco e colla Mamma, n cerchiamo pi in l. Babbo mi strinse fra le sue braccia e baciandomi in fronte;
S Virginia, mi rispose con una lagrima; s tu ti adatterai a questa vita ne sono persuaso; ma tua sorella lo temo.
E vorrai tu fargliene un rimprovero? salt su mia madre che in quel frattempo sera divincolata dalle braccia di Lisa e con volto ancora in lagrime stava ad udire il dialogo fra me e Babbo. Vorresti tu che con tutta indifferenza questa povera fanciulla si adattasse a una tal vita di privazioni, a questet, con tanta bellezza, tanta prontezza dingegno?
Oh s Mamma, esclamai io abbracciandola; Lisa sar felice ovunque siano i suoi genitori!
Ma restai l muta, addolorata, leggendo sul viso di mia madre una freddezza che mi agghiacci il cuore; neppure un bacio, neppure una parola! ed era un anno e pi che non la vedeva. Oh, dissi fra me, mia madre mi trova forse troppo ardita! Lisa intanto singhiozzava sempre, Babbo era pallido ed alterato ma non parlava. Si entr in casa, una modestissima casa invero; si pass il resto del giorno ben tristemente, e quelli che lo seguirono fino ad oggi non furono pi lieti. Oh il mio collegio! oh la mia Lisa dallora!
5 Ottobre.
Babbo venne stamattina nella mia camera e mi trov alla finestra tutta presa dammirazione allo stupendo panorama che mi si offriva allo sguardo; mi invit a fare un giro con lui nei campi. Lieta gli diedi il braccio e discendemmo. Mi condusse a visitare il podere, il frutteto, le praterie. Poi mi chiese ancora come il primo giorno se mi sarei adattata a quella vita; e poich io gli ebbi risposto che non solo mi ci sarei adattata ma che gi cominciava a piacermi, quellottimo uomo mi baci in fronte con una tenerezza straordinaria, gli si velarono gli occhi di pianto e...
Dunque, mi disse, tu non rimprovererai a tuo padre laver sagrificato la maggior parte de suoi beni ad una riprovevole debolezza?
E letta nelle mie lagrime la risposta piena di dolorosa meraviglia, prese a raccontarmi le sventure di cui fu vittima. Impacciato nel fallimento di un ricco banchiere Napoletano, vi perdette un grosso capitale, perdita per che non avrebbe avuto tante funeste conseguenze se il timore di addolorare Mamma col mettere la famiglia sopra un piede meno grandioso (come si suol dire) non lavesse trattenuto dal continuare una vita troppo di lusso per le sue rendite diminuite. Ma tacque tutto a Mamma, avvezza fin dallinfanzia a vivere fra gli agi; continu a mantenere in casa il solito andamento, s che in pochi anni si trov tanto alle strette che per non perdere tutto dovette svelare ogni cosa a Mamma, che poveretta, ne ebbe tale scossa da ammalarne; n il tempo valse a raddolcirle il presente facendole rammentare con minor cruccio il passato. Il povero Babbo sopporta la di lei tristezza come un castigo meritato dalla debolezza che si rimprovera di non avere manifestato prima la perdita sofferta; la vista per della melanconia di Lisa gli fa male assai e dice di non aver conforto che in me. Ottimo e caro Babbo! Chi conoscendo il tuo cuore non si reputerebbe felice solo di vivere teco, di compensarti delle patite sofferenze con un continuo sorriso?... Oh perch mai mia sorella non la pensa come me? perch si ostina a credersi sacrificata qui in questo ritiro delizioso in seno della propria famiglia?
10 Ottobre.
Faccio tutto che  da me per indurre mia sorella a rallegrarsi; ma non c caso; ella si meraviglia come io possa addattarmi a una tal vita di privazioni. Poveretta! era nata come la Mamma per la brillante societ! Io invece mi accontenterei di s poco!... Non avrei nulla a desiderare se Lisa e Mamma fossero liete, se Babbo quando ritorna a casa fosse salutato con pi gioia da tutti. Questa vita a me non pare di privazioni; si gode duna modesta agiatezza; lantico giardiniere di casa  ora diventato fattore, cocchiere e cuoco; Linda, che fu nostra bambinaia, ora scopa, lava, stira, spolvera, rigoverna, fa un po di tutto insomma. La casa, che a prima giunta trovai s modesta, ora mi pare graziosa oltre ogni dire;  in mezzo ai campi sola sola come una romita; le sue mura sono quasi completamente coperte di viti e da altre piante parietarie: dambo i lati della porta dingresso sinnalzano due bellissimi mandorli: a me  sempre stato simpatico il mandorlo; peccato che fu fatto interprete dei giudizii temerari! Si estende poi sul davanti della casa, unorto coltivato, la delizia di Menico che per amore di Babbo che vide nascere, salut senza pianto i mille fiori che popolavano il superbo giardino della casa di citt, per darsi qui tutto ai cavoli, ai piselli e ad altri ortaggi. Babbo mha fatta padrona dun pezzetto di terreno che potr ridurre a giardinetto; ci porr nel mezzo un bel rosaio; tutto allingiro viole del pensiero, poi una vaniglia, una pianticella derba cedrina e una quantit damorini; Menico mha promesso la sua assistenza nel coltivare i miei fiori. Che piacere! potr profumare il salotto e la camera di Mamma con olezzanti mazzolini!...
Linterno della casa non  meno grazioso; tutto vi spira semplicit, quella semplicit elegante che innamora; nel salotto a pian terreno vha un pianoforte, che se non ha il pregio dessere un mobile di lusso, ha una buonissima voce e una tastiera impareggiabile. La mia cameretta poi  un paradiso;  piccina e posta in un angolo della casa; e si godono dalle sue fnestre due viste diverse, una pi bella dellaltra. Da una parte unestesa pianura ben coltivata e attraversata nel mezzo da un torrente di cui il simpatico mormorio accarezza dolcemente lorecchio; dallaltra una catena di colline a un miglio di distanza da noi, tutta tempestata da paesucci, da chiesuole, da capanne poste alcune sui fianchi, altre sulle vette di quei poggi ridenti.
Lisa dorme in unaltra camera pi spaziosa della mia e che mette direttamente in quella di Babbo e Mamma.
Non vha nulla di lusso in questa casetta; non ricche cortine, non morbidi tappeti, non sfarzosa mobilia, non dipinti preziosi; ma in compenso  circondata da s belle vedute; e poi vi penetra unaria cos pura, cos imbalsamata dai profumi della campagna!
15 Ottobre.
Fui ai piedi duna collina ove, davanti a un rustico casolare ronzavano due fanciulle con un bel cane barbone nero il quale si arrendeva con pazienza ammirabile ai capricci delle fanciulline che lo facevano vittima dei loro trastulli. Una giovanetta filava intanto sul limitare di casa; quando mebbe scorta si rizz da sedere con un garbo incantevole, mi diede il buon giorno e mi invit ad entrare in casa se voleva riposarmi o ripararmi dal sole che gi cuoceva in quellora. Accettai e mi feci in poco dora amica della garbata contadinella.  figlia di un agiato colono che dura la vita nei campi; ha perduto la Mamma da pochi anni, ed ora fa da massaia e da madre alle due sorelline; bisogna dire che adempia per bene al suo ufficio a giudicare dallordine e dalla nettezza della casuccia e della linda vesticciuola delle sorelline. Mi mostr gran desiderio di saper leggere e cucire meglio di quello che le fu insegnato. Le dissi di venire, quando ha tempo, alla riva del torrente ove mi porto spesso a leggere e a lavorare, che le insegner qualche cosa. Accett con una gioia indescrivibile e con slancio di riconoscenza mi baci le mani. Ritornata a casa raccontai a Mamma e a Lisa il mio incontro; ma la prima trov che non  da fanciulla di condizione il conversare con gente volgare, la seconda croll mestamente il capo e non disse nulla. Oh mia sorella si  ben cambiata dacch  escita da collegio! osservo con dolore che non ha pi in me quella confidenza di cui mi faceva lieta allora. Ella mi crede forse incapace di comprenderla. Se sapesse invece come leggo bene nel suo cuore e come sarei pronta a sagrificare qualsiasi cosa pur di vederla felice!
20 Ottobre.
Oggi sono venuti a farci visita il Conte N. la contessa sua moglie amica intima di Mamma, che ha villeggiatura a poche miglia di qui, e un giovane pittore, il signor Carlo. Il conte  un uomo burbero a quel che pare; alto e asciutto della persona con due folte sopraciglia, due folti baffi, un folto pizzo tutti canuti e sparsi su quella faccia bruna e rugosa a guisa di cespugli coperti di neve sporgenti da un dirupo proprio come Manzoni descrive Don Abbondio la sera che Renzo e Lucia gli hanno giuocato quel tiro; non parla quasi mai tanto che non ho udito la sua voce che nel barattarsi dei saluti. La Contessa  il rovescio della medaglia; piccola, grassoccia, sorride sempre cogli occhi e colle labbra e parla o per meglio dire ciarla s da non lasciar tempo a chi lascolta di rispondere alle mille interrogazioni che ha labitudine di fare tutti i momenti senza lasciar luogo alle risposte che tronca in bocca a chicchessia; il signor Carlo mi pare assai triste e pensoso; che sia infelice anche lui?... La contessa trov Lisa un flore di bellezza e gliela disse pi volte sul viso, aggiungendo, che un astro di s viva luce non deve compiere il suo giro in questo romitaggio; sarebbe un furto ai salotti della citt, un privare le feste e i teatri di uno splendore s paro ed abbagliante.
Volle sentirla a suonare e a cantare e trov il suo tocco meraviglioso, la sua voce dolcissima. Fin collinvitarla a passare linverno da lei a Firenze, e fece promettere a Mamma che gliela avrebbe accompagnata. Alla nostra Virginia, che so tanto innamorata dei campi non oso estendere linvito si degn di cos parlare a me a cui non aveva manco rivolto uno sguardo dopo i complimenti duso. Ed io subito a ringraziarla di sua gentilezza e ad assicurarla che difatti quella vita mi piaceva moltissimo e che davvero in societ sarei stata molto imbarazzata, non vi avrei trovato il mio posto. Lidea di lasciare mio padre che mi si era affacciata alla mente alle prime parole della contessa, maveva messo in cuore un tal sussulto che mi sentiva allegerita come dun peso a quella conclusione. Quella visita dur due buone ore e sia benedetta mille volte la noia che mi cost, poich stassera Mamma  meno triste del solito e mia sorella si rallegra al pensiero di passare linverno a Firenze. Babbo non si mostr molto lieto di quella decisione, ma non disse parola in contrario.
25 Ottobre.
Sofia la contadinella mia amica, ha gi incominciato a ricevere le sue lezioni ed ha gi fatto progressi; viene quasi tutti i giorni alla riva del torrente colle sue sorelline che intanto giuocano nel campo col fedele barbone, gli cingono bizzarramente il collo di fiori intrecciati con rami di salice e ridono e cinguettano fra di loro che  un piacere. Sofia conosce gi le lettere dellalfabeto; le ho insegnato a fare limpontura che ha imparato subito; le far poi cucire una camicia per suo padre e la eserciter a rammendare, a rattoppare e infine a ricamate un poco, perch alluopo possa valersi dellago per campare onestamente la vita. E poi a me pare che la contadina quando sa qualche cosa pi in l dello zappare, del far burro nella zangola, e del dimenare la polenta, possa divenire un giorno pi brava massaia, amante dellordine, e capace di educare come si conviene alla condizione di loro povera gente, i figliuoletti che le cresceranno dintorno.
29 Ottobre.
Ho sentito dire che i poeti e i pittori sono quasi tutti un poco bizzarri, e bisogna che sia vero. Stamane al primo affacciarmi alla finestra, scorsi seduto sullerba il signor Carlo che colla matita ritraea sulla carta la contro facciata della nostra casa; mi vide e mi salut con un leggero cenno come se non mi avesse mai veduta, non cessando di disegnare. Se questa semplice abitazione gli  sembrata meritevole di essere riprodotta sul suo albo, pare a me che avrebbe dovuto prenderla dalla facciata!...
1 Novembre.
Il signor Carlo  davvero un artista; che bellissimi disegni!... e il ritratto di quella donna cos parlante!... Come gli era triste nel dire  mia madre,  morta che sono due anni! e poi come si esaltava nel farmi osservare minutamente i lineamenti e lespressione di quella donna Vede diceva, e intanto tutto il suo volto si atteggiava a una serenit affatto strana in lui vede, quel sorriso che pare inviti a confidenza,  suo; suo quello sguardo pieno damore, sua quella fronte serena, sua quella posa dignitosa e dolcissima ad un tempo! E fissava il ritratto raccolto in chiss quante tenere memorie facendo succedere a quello sfogo dellanimo alcuni momenti di silenzio, e ripigliando poco a poco quella solita aria di melanconia che gli si vede diffusa in volto. Il signor Carlo deve avere unanimo gentile, poich, come potrebbe altrimenti conservare tanto lutto per sua madre?
5 Novembre.
Gi da una settimana il tempo  melanconico e piovigginoso; le foglie cominciano ad ingiallire sulle piante, tutto annuncia il cadere dellautunno. Babbo vede con dispiacere avvicinarsi la stagione che lobbligher la maggior parte del giorno a casa; potessi almeno servirle io in qualche modo di distrazione!... Dopo le sventure sofferte il povero uomo ha bisogno di divagarsi, doccuparsi continuamente. A me consola lidea che Mamma e Lisa passeranno quasi tutto linverno in citt; in tal modo esse non soffriranno di essere qui rilegate fra il silenzio e lo squallore dei campi, e Babbo non dovr sopportare la pena di vedersele sempre davanti scontente e melanconiche.
15 Novembre.
La partenza  anticipata; la contessa scrive che per gli ultimi del mese verr ella stessa a prendere mia madre e mia sorella. Si  tutti affacendati a preparare a questultima le tolette indispensabili alla vita che lattende io citt. Mamma le fa accomodare due suoi abiti di seta; io lho fatta padrona dellastuccio di gioie, un ricordo della mia povera madre. Lisa  duna bellezza straordinaria, e riccamente vestita, ha laria di sovrana. La povera fanciulla  felice in questi giorni, e la gioia lassorbe tanto che non pensa neppure al dispiacere che io e Babbo dovremo provare alla sua partenza.
28 Novembre.
Eccomi sola; sono partite ieri mattina; erano cos liete entrambi! la loro mancanza mi pesa gi sul cuore; Babbo se ne avvede e pare non abbia coraggio di lasciarmi sola; questoggi non  ancora escito di casa; ottimo uomo!
29 Novembre.
Il signor Carlo non  partito; come mai, poich era in casa della contessa?  venuto a passare la sera con noi e si dice tanto innamorato di questi luoghi che non li vuole lasciare per tutto linverno.
5 Dicembre.
Che Lisa mabbia dimenticata? neppure un verso in risposta alla mia lettera, e Mamma neppure risponde a quella di Babbo.
7 Dicembre.
Bisogna dire che il dispiacere di non aver lettere di Lisa mi si legga in volto; il signor Carlo ieri sera mi preg di suonare susurrandomi allorecchio La musica la distrarr dai suoi pensieri perch si cura egli delle mie pene? perch mi fissa cos stranamente in volto e cerca di divagarmi col darmi degli albo da passare, col raccontarmi interessanti aneddoti?
10 Dicembre.
Ancora nessuna lettera, forse i divertimenti non le lasceranno il tempo di scrivere; ma come si fa a dimenticare una sorella, un padre?
20 Dicembre.
Lettera di Virginia alla sua Direttrice.
Ottima e carissima madre,
Poich nella mia ultima lettera non fui capace di celarle la tristezza che mio malgrado mi ricerca tutta, lasci mia buona madre, chio sfoghi la piena del mio cuore nel suo. Mia sorella, la mia Lisa chella sa quanto io ami, non ha pi per me quellaffetto che mi rendeva s lieta cost. Gi aveva notato in lei con dolore quella stessa freddezza con cui mi suole trattare sua madre e mia matrigna; ma ora quella freddezza s mutata in indifferenza;  gi un mese che si trova a Firenze, io le ho scritto e, le scrivo continuamente; una volta sola mi ha risposta per parlarmi de suoi trionfi, de suoi divertimenti; non una parola daffetto, non una proposizione che accenni a fraterna confidenza. Vorrei poterla compatire e difender quando Babbo la chiama insensibile ed egoista; ma in cuor mio non posso a meno di condannarla... se sua madre non mama pazienza; non sono sua figlia, non ho quelle doti che mi possono rendere amabile a suoi occhi; ma lei  mia sorella; ambedue abbiamo uno stesso padre; e poi io lamo tanto e tanto!... Oh se sapesse, mia ottima Direttrice, quale strazio sia per il mio povero cuore il crudele dubbio daver perduto laffezione della mia Lisa! se sapesse come soffro nel pensare che forse la vanit e lamor dei piaceri sono pi forti in lei dei pi santi affetti!
Babbo non si meraviglia di questa strana condotta; pare vi fosse gi preparato; il povero uomo indovina le mie pene e procura di confortarmi con quelle mille dimostrazioni daffetto e quelle premurose cure che solo possono essere suggerite a un animo nobile come il suo. Intanto i miei giorni scorrono lenti e melanconici; e dire che potrei essere tanto felice se Lisa fosse quella di prima! Le mie allieve Sofia e le sorelline vengono ora qui in casa a ricevere le loro lezioni, perch il freddo che incomincia a farsi sentire ne impedisce di continuarle alla riva del torrente. Le povere fanciulle sono anchesse orfane di madre, ma si amano tanto fra di loro! Ma faccio punto; le sue molte occupazioni non le lascerebbero il tempo di leggere uno scritto che non finirebbe pi se volessi dirle tutto quello che ne sento il bisogno. Mi perdoni cara madre mia, mi animi a soffrire con rassegnazione e mi raccomandi al Cielo... Ne ho tanto bisogno! Dica addio per me a tutte le maestre e alle amate compagne e mi conservi la sua benevolenza di cui ora ha duopo pi che mai.
Di Lei
Affezionatissima Virginia.
5 Gennaio.
...lanniversario della mia povera Mamma, giorno di mesto desiderio per lorfana cui fu negata la bella sorte di conoscerla. Mille volte beato, chi al dolce riflesso del sorriso duna madre, al caro suono della sua voce amorosa, pu condurre una vita felice fra le pareti domestiche, caro teatro delle pi tenere scene! A me tanta felicit non fu serbata, a me non fu data la santa gioia di vedere la pace e il mutuo affetto rallegrare la mia famiglia. La donna che doveva farmi le veci della madre perduta, non mi ama, non si cura di me; la sorella mi dimentica, il padre soffre al mio soffrire ed io non sono capace di attingere un generoso conforto nellamore figliale. Deh santa madre mia, che mi guardi dal cielo, e forse piangi al mio pianto, deh dammi tu la forza di mostrarmi lieta col padre; chio non accresca il suo dolore colla mia afflizione! Ma eccolo; mi chiama...
Unora dopo.
Ottimo uomo! mha condotta nella sua camera, e tratti da un cofanetto un anello e il ritrattino in miniatura della povera Madre mia, mi ha detto porgendomi il primo  un dono chio feci a quella cara; lo port fino allultima ora; ti sia esso una santa memoria poi guardando fissamente il ritratto soggiunse Era ancora fanciulla; non c un filo di differenza; le si leggevano come qui, sulla candida fronte le peregrine virt dellanima Serbalo sempre colla gelosia con cui lha custodito finora tuo padre e una lagrima gli brillava intanto negli occhi e la voce gli tremava. Gli ho buttato le braccia al collo; abbiamo pianto insieme; avevamo entrambi tanto bisogno di sfogo!
6 Gennaio.
Quale inattesa fortuna! Lisa sar felice; fu chiesta in isposa da uno dei pi costumati e gentili giovani di Firenze, figlio dun amica di Mamma; questultima lo scrive a Babbo; parla della felicit di mia sorella e chiede il suo consenso per il matrimonio che si celebrerebbe ai primi di marzo. Babbo conosce quel giovane e non trova nulla in contrario; dunque Lisa sar felice! Oh se la sapesse guanto gioisco a questo pensiero.
7 Gennaio.
Il signor Carlo fu ben singolare stassera, quando gli annunziai il matrimonio di mia sorella, mi guard pi fissamente del solito traendo dal petto un profondo sospiro.
10 Gennaio.
Ritorneranno, ritorneranno finalmente fra alcuni giorni; Lisa quando mi vedr, e le dir che ho sofferto, tanto per la sua lontananza e che ora sono s lieta per la felicit che lattende, forse mi amer ancora, avr ancora confidenza in me.
11 Gennaio.
Ho preparato la camera a mia sorella; le ho messo sul tavolo un bel mazzo di fiori, le ho appeso in un angolo la gabbia col mio canerino; la mattina non mi dester pi col suo caro gorgheggio; ma non importa; forse Lisa lo avr caro. Non mi par vero che giunga domani; anche Babbo affretta col desiderio il loro ritorno; il povero uomo le ama e spera di vederle finalmente liete. Il signor Carlo  ancora qui; si vede che gli piacciono davvero questi luoghi.
13 Gennaio.
Mio Dio! che cosa ho mai fatto per meritarmi tanta freddezza?... Sono io dunque diventata una straniera per mia sorella?...  ritornata ieri; e s lei che Mamma han salutato Babbo e me ben freddamente; nessuna dimostrazione di contento alla vista della sua camera; neppure uno sguardo ai fiori, al canerino. Con me non si parla che di cose indifferenti; quando si tratta di ci che mi pu interessare, sempre il dialogo si restringe a lor due. Oh io ho sperato invano di riguadagnarmi laffetto di mia sorella!...
14 Gennaio.
Babbo  molto triste; pare che abbia ricevuto una cattiva notizia da una lettera di ieri sera. A me non ne ha detto nulla, n io oso tenergliene parola. Temo che una nuova sventura minacci la mia famiglia, e ne ho il cuore stretto.
15 Gennaio.
Era gi lora della cena e Lisa e Mamma non comparivano in salottino; salii per chiamarle e trovai nella sua camera mia sorella sola ed in lagrime. Mi feci coraggio e Lisa? Lisa mia, coshai? Perch piangi? ed era l, l per stringerla fra le mie braccia; ma ella mi volse bruscamente le spalle borbottando: Lasciami  stare;  fssato chio debba morire di crepacuore; tua madre tha  lasciata ricca, ma io, io sono povera Babbo non ha nulla per me lasciami almeno in pace! e passata nella camera di Mamma vi si chiuse dentro.  Tua madre tha lasciata ricca?... e mi butti in viso come un rimprovero ci a cui non avrei mai pensato!... Mi faresti una colpa dessere disgraziatamente padrona di ci che valse a salvare dalla povert tutta la famiglia?... Ti peserebbe forse lidea di dovere qualcosa a tua sorella?... sarebbe questa la causa della tua e dellindifferenza di Mamma?... Oh ma prenditi, prenditi questa miserabile fortuna che mi rapisce il tuo affetto! No, no, non lo accetteresti da me; sei troppo orgogliosa, lo so. Ebbene che Dio mi chiami a s lass con la mia povera Mamma; allora tu non mi dovrai pi nulla, allora sarai felice!
16 Gennaio.
Ora tutto comprendo e la tristezza di Babbo e le lagrime di Mamma e di Lisa e le parole di questultima. Io sono un inciampo alla felicit di mia sorella, io che lamo tanto! Il dialogo fra Babbo e Mamma che mi fu dato dudire dalla mia camera, era chiarissimo; il padre dello sposo di Lisa scrive a Babbo che non acconsentir mai al matrimonio di suo fglio, segli non dar in dote a mia sorella almeno cinquanta milla lire. Mamma piange e si dispera, ma il povero Babbo non pu nulla per calmarla, quella miserabile somma  mia, non pu spogliarmene per laltra figlia e potendolo non lo farebbe mai. Oh potessi dirgli d quella somma a mia sorella, a noi rimarr il rimanente; venti milla lire ci basteranno; ci vuole s poco per far felici noi due!... Ma sarebbe inutile; conosco mio padre, non lo farebbe mai, mai; ha proibito a Mamma di tenermi parola di ci, io lo devo ignorare; tanto meglio; riuscir pi facilmente nel mio intento. Madre mia, soccorri la tua povera figlia, infondile la forza di cui ha tanto bisogno!
20 Gennaio.
In casa  una desolazione; il padre dello sposo non acconsente al matrimonio, io non devo sapere pi in l. Lo stato di mia sorella  veramente compassionevole; Mamma si dispera; ambedue mi trattano con maggior freddezza di prima. Non importa; forse un giorno lamerete questa poveretta!
22 Gennaio.
La neve ha coperto i campi e le colline circostanti; la campagna  squallida e deserta; quando si ridester dal suo sopore io non la vedr pi; non vedr rifiorire i prati, gli alberi; non guster il soave tepore della primavera, non passegger pi fra il podere con mio padre... mio padre! lunica persona che mi ama sulla terra, che mi parla con affetto, che mi guarda con tenerezza!... il mio povero padre cos nobile e buono, cos sventurato... doverlo lasciare e per sempre! Dio! dammi tu la forza di compiere il sacrificio e compatisci e perdona alla risoluzione di questinfelice.
23 Gennaio.
Il signor Carlo mi guarda con molta compassione; si direbbe che mi legge nel cuore; che dir quando sapr della mia risoluzione?...
30 Gennaio. Virginia alla Direttrice.
Mia ottima  madre.
Le sue riflessioni sono giuste, sono sante, sono materne, ma ho deciso, nessuno potr farmi mutar danimo, neppure mio padre. Mi strazia il suo muto dolore, le sue preghiere mi lacerano il cuore, ma  inutile, ho deciso; partir la settimana ventura. La superiora delle suore di carit maccoglie con piacere fra le sue figlie in Firenze; mi fu detto chella  unottima signora e la lettera che scrisse in risposta alla mia, me ne d una prova. Preghi il Cielo, per me; scriva a mio padre, lo consoli, lo conforti; egli crede chio non lami; non  vero, non  vero, glielo dica lei, madre mia. Lisa  meravigliata per la mia risoluzione, ma non dolente.
Mi conservi la di Lei affezione e mi scriva anche l, in convento quando ci sar.
Di Lei affezionatissima
Virginia.
5 Febbraio.
Domani... per sempre... povero padre mio! Lisa la mia cameretta la casa la famiglia. Santa madre mia non abbandonarmi!
10 Febbraio. Virginia a suo padre.
Padre mio!
No, non dirlo pi che la tua Virginia non ti ama; non dirlo pi, mio ottimo, mio povero Babbo; la forza di staccarmi dal tuo seno fu Dio che me la diede, fu Dio che guid i passi di tua figlia fin qui ove ha gi raccolte tante mie sorelle. Se sapessi quale pace serena, quale gioia pura brilla sulla fronte di queste elette creature! esse, come me, hanno detto addio alla famiglia, forse come me hanno lasciato un padre amato per farsi figlie della Carit. Istruire i poveri, assistere gli infermi, consolare i moribondi ecco la santa, la nobile missione che spetter dora innanzi alla tua Virginia. Non piangere dunque pi, mio ottimo padre; il saperti afflitto continuamente, sarebbe per me troppo acerbo dolore; se mi ami consolati e non mancher pi nulla a tua figlia per essere felice. La superiora e le suore tutte mi dimostrano benevolenza. Saluta Mamma e Lisa e di a questultima di ricordare qualche volto la sorella lontana. Addio ottimo e carissimo Babbo, addio, addio, amala sempre la tua Virginia; credi chella  degna del tuo affetto, oh s che n degna!...
Virginia.
15 Febbraio.
 naturale che il danaro a cui io ho rinunciato entrando qui, serva per la felicit di Lisa essa sar felice; questa speranza che mi rese capace di strapparmi dalle braccia di mio padre, mi dia ora la forza di vivergli per sempre lontana. La carit, questamabile virt che infonde coraggio virile nellanimo di tante deboli creature, riempia il vuoto che mi sento in cuore.
18 Febbraio.
Io non avevo mai veduto un ospitale; quelle lunghe corsie, quei letti tutti eguali, quegli ammalati, quel via vai dinfermieri, di medici e di suore offre a prima giunta uno spettacolo che serra il cuore e investe dun vago terrore.  il terzo giorno che sono destinata ad assistere gli infermi in questa corsia con due religiose di cui luna ha appena due anni pi di me. Divina  la virt che spinge queste sante creature a consacrarsi tutte al bene altrui; rigorose con s stesse fino allausterit, sono tutta compassione, tutta cura delicata per gli altri; alla loro vista linfermo sorride, si rianima; alla loro voce si calmano i meno rassegnati, e chi dapprima soffriva nel trovarsi in quel luogo finisce collamarlo per esse. In uno di quei modesti e puliti lettucci io notai un pallido viso di donna; mi accostai ad essa; era un povero fiore sbattuto e scolorito anzi tempo, era una fanciulla sui diciotto anni; mi fiss in volto due occhioni dun bel celeste cupo e mi salut con mesto sorriso Ti occorre qualche cosa? le chiesi Ho sete, mi rispose con un filo di voce, ma il medico non vuole che beva acqua; quella roba l e faceva segno a una bottiglia piena di un liquido biancastro non mi vuole andar gi;  cos cattiva! Via le risposi io, poich il dottore lo vuole procura di centellarne un pochino versai un dito di quella medicina in un bicchiere e gliela porsi; la bevette senza aggiungere parola. Quella silenziosa ubbidienza mi commosse  molto tempo che sei ammalata? le chiesi saranno quindici giorni, ma mi pare tanto! Seppi poi da una delle due suore cherano con me che la poverina era orfana, che fu per tre anni servente in casa di certi signori, e che si era ammalata per i disagi sofferti nel curare per sei mesi interi un fanciullino dei padroni che le moriva fra le braccia. Quale ingratitudine! pensai fra me; cacciare di casa una poveretta che si logor la salute pel loro figlio!
29 Febbraio.
Come fu commovente la funzione che si fece in coro stassera in chiesa per celebrare lanniversario della morte duna benefattrice! Alla pallida luce dei ceri che si rifletteva sulle sante immagini appese alle pareti, si distinguevano una ad una le quaranta suore divotamente prostrate, e dal canto melanconico e pieno di melodia che sollevavano in coro al suono dellorgano dolcemente toccato, si potevano di leggieri indovinare i santi affetti onderano traboccanti quelle anime pure e cos fatte dimentiche di s pel bene altrui. Genuflessa io pure, sentii scorrermi per ogni fibra un senso di misteriosa tenerezza che mi parlava di un Ente soprannaturale, che mi faceva parer sublime la virt e mi metteva nel cuore una preghiera, una preghiera per mio padre, per Lisa, per tutti, per lui... pel signor Carlo. Non so perch il nome del pittore si frammischiasse in quellora solenne con quello de miei pi cari; gli  forse per la riconoscenza che mi leg a suo riguardo il pietoso sguardo con che pareva volesse animarmi a conforto negli ultimi tristi giorni di mia dimora a casa.
30 Febbraio.1
Oh perch mai non mi riesce di concentrare tutti i pensieri nelle sante opere di piet nelle quali mi occupo da mane a sera?... perch mai non posso a meno di sognare sempre mio padre, la casa, le care occupazioni domestiche?... La sovrumana virt che infonde letizia nelle mie compagne, il Cielo la rifiuta dunque a me che navrei tanto bisogno per reggere il sacrificio che mi sono imposta?... O sarei io s poco generosa da non bastarmi il pensiero della felicit di mia sorella!
7 Marzo.
Gli sponsali di Lisa si celebreranno domani. Dio mio! allorch benedirai dal Cielo la mia felice sorella, ricorda una poveretta che ha sofferto tanto, che ha rinunciato a tutto, perfino alla gioia di vivere con suo padre, e benedici a lei pure, e prestale la forza, la costanza!
12 Marzo.
Lhanno lasciato solo; la madre segue Lisa e vive con lei povero Babbo! l fra quei campi, senza parenti senza amici, senza la sua Virginia!
16 Marzo.
La superiora ha notato la mia invincibile melanconia; ottima donna! pare mi legga nel cuore. Senza chiedermi nulla mi parla della vita che le suore della carit devono condurre, vita di abnegazione, di privazioni, alla quale non pu reggere chi non vi  chiamato da voce sovrumana; dice averne vedute di molte abbracciare questo stato in un momento desaltazione, e, o mancarono alla prova, o divennero infelici e qualche volta anche cattive suore. Far dora in avanti ogni mia possa per mostrarmi lieta, guai a me se mio padre e Lisa venissero a sapere che sono infelice!... Capirebbero il motivo della mia decisione, ne sarebbero disperati.
20 Marzo.
Quale strano procedere! Egli il Sig. Carlo venir qui, in questo luogo ove non si possono pi ricevere amici, venirvi proprio mentre io era chiamata alla cura degli ammalati! Era l presso il letto dun vecchio; ritto, collorecchio intento alle parole dellinfermo, locchio vagante in cerca di qualchuno; ed era ben io chegli cercava, io che lo scorsi subito al primo entrare nella corsia e non potei tenermi da un atto di sorpresa nel vederlo in quel luogo. Egli mi ritornava davanti con tante memorie di mio padre e della mia vita domestica, che il cuore mi batteva forte forte in petto, e avrei voluto stringergli la mano come a un fratello. Mi fu forza invece accoglierlo tanto freddamente! Il vecchio infermo era sconosciuto per lui; ci che laveva spinto a varcare la soglia di questo luogo era il desiderio di sapere di me, di cui era finalmente riuscito a conoscere il segreto della partenza e il luogo di dimora. Mi parl della desolazione invincibile di mio padre, e fissandomi in volto due occhi penetranti che pareva volessero leggermi in fondo al cuore, pronunci lentamente queste parole No, non  la vocazione che vi trasse qui parole che mi fecero rabbrividire pensando come egli avesse potuto penetrare cos bene il mio segreto. Alla sua partenza io mi sentii pi sola di prima, e nella corsia ove lo vidi mi pare sempre dincontrarlo con quel volto pallido e visibilmente alterato, mi pare sempre di udire quella sua voce sommessa e malferma.
30 Aprile.
Passai un mese di continua occupazione; neppur unora di tempo da consacrare al mio giornale. I prati rinverdiscono e qua e l qualche margherita sbuca fiori din fra lerba, gentile foriera duna cara stagione di vita. Oh come deve essere bella la campagna ora! Come si deve trovar bene l nella casetta di mio padre, fra quei campi, col lontano mormorio del torrente, e quelle belle colline dal facile pendio su cui le mandre e il gregge pascolano allegramente facendo sentire da lungi il tintinnio delle loro campanelle. Sofia e le sorelline godranno di quegli spettacoli semplici e solenni che porta seco il risvegliarsi di tutta la natura. Ma il mio povero padre! che dir, che far egli vedendo di nuovo vestirsi il podere ove soleva passeggiare colla sua Virginia, e mettere le foglie le pianticelle del giardinetto chella coltivava con tanta cura? che dir udendo i gorgheggi con cui il canerino innalzer il suo canto di ringraziamento pel ritorno della gentile stagione?... Solo fra tanta vita, fra il rallegrarsi di tutto il creato, con qual cuore penser egli alla figlia lontana?
5 Maggio.
Lisa si  ricordata di me, mi scrive da Napoli; ella  felice, felicissima; fra laffetto dello sposo, della madre e i piaceri dei ripetuti godimenti, si dice la pi beata creatura del mondo; mi parla di s e delle sue gioie; per me non una parola daffetto, non unallusione ai giorni passati insieme, non un desiderio di rivedermi. Iddio perdoni a lei e sua madre unindifferenza che mi costa tanta amarezza e faccia s che non abbiano mai a conoscere il sagrificio con cui io ho comperato loro la felicit.
8 Maggio.
Temo di non poter finire la mia settimana di assistenza allospitale; mi sento affievolita e stanca, mi reggo a mala pena in piedi.
15 Maggio.
Sono obbligata a letto da due giorni; mi assalse una febbre sottile che non mi lascia mai; qualche volta penso di essere presa da un male che mi conduca alla tomba; che direbbero mio padre e il signor Carlo... se morissi?... 
17 Maggio.
Il medico dice che il mio male  grave... desidererei vedere mio padre... forse per lultima volta . . . . . . . . .
20 Maggio. Aggiunto dalla Superiora delle suore di Carit.
Quando ristabilita dalla vostra malattia, mia carissima figlia, vedrete aggiunto al vostro giornale queste poche righe, non ve ne rincresca; chi os leggere questa vostra raccolta di scritti non fu una straniera che volle soddisfare a indifferente curiosit; fu una madre, che forse, ispirata dal Cielo, super la naturale delicatezza, che la respingeva dal porre gli occhi sul vostro albo, per tentare un mezzo di salvarvi, forse di farvi felice. La vostra anima  bella, figliuola mia e tale come ve ne hanno poche quaggi. Leggendovi io ho pianto di tenerezza, perch sotto questo abito severo batte un cuore che non  straniero agli affetti mondani, un cuore di cui la storia tristissima viene dimenticata o per dir meglio soffocata dalla carit che ora linveste. Io dunque vidi specchiato il vostro cuore e i suoi nobili e generosi sentimenti in questi scritti che Dio vi faceva dettare per compensare la vostra virt. Dopo lultima volta che prendeste la penna in mano, la vostra malattia prese sintomi funesti; aggravaste s che per una settimana perdeste il bene della ragione. Chiamato da me, vostro padre vi corse al fianco e divise meco le cure dinfermiere; Carlo pure ottenne di vedervi un giorno; questo giovane che voi amate senza saperlo, vi ama e vi far felice perch  buono e virtuoso. Quando leggerete queste mie parole, sarete felice a casa vostra fra il padre e il promesso sposo; ricordate allora qualche volta una donna che vi benedice chiamandovi figlia e vi assicura che sarete felice perch il Cielo compensa sempre le anime virtuose . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ...
15 Giugno.
Leggo ora le parole di quellottima donna a cui devo la salvezza, la felicit. Grazie, grazie, ottima madre mia; fu quella santa che mi vede dal Cielo che ti guid in mio soccorso; grazie ottima donna, vera suora di quella sublime virt che tutta linveste, grazie. Appena guarita dalla penosa malattia che fu per portarmi alla tomba, non posso credere ancora alla felicit che mattende. Carlo mi amava, mama, mi dar il suo nome fra quindici giorni. Vivere sempre con lui e mio padre! io... io che credeva mi fosse serbata una vita di pianto. Oh mia sorella mi ridonasse il suo affetto! non avrei pi nulla allora a desiderare quaggi; ma pur troppo la smania dei piaceri e la smodata vanit lhanno resa insensibile ai pi santi affetti di figlia e di sorella. Iddio le perdoni e la renda sempre felice!
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FINE.